Nell’ormai nutrita storia delle saghe cinematografiche, soprattutto di quelle che hanno attraversato vari decenni di cinema con i loro vari episodi, quella di “Rocky” (id., 1976) possiede probabilmente dei motivi di interesse che altre non hanno. Difficilmente infatti all’interno di una serie di film dedicati ad un medesimo personaggio si possono rintracciare differenze di forma e contenuto tanto evidenti: certo, si può obiettare che anche epopee come quella di James Bond, gli episodi di “Alien” (id., 1979) o anche i vari “Batman” (id., 1989) hanno subito notevoli variazioni nel corso del tempo e delle rappresentazioni: nessuno però rispecchia tanto fedelmente quanto i vari lungometraggi dedicati al pugile il tempo ed i costumi del momento in cui sono stati realizzati.
La cesura fondamentale può senz’altro essere evidenziata nel passaggio tra il secondo ed il terzo episodio; tanto infatti l’originale diretto da John G. Avildsen e il successivo capitolo sono “figli” di un modo di intendere cinema, tanto i successivi due sono invece specchio preciso degli anni ’80.
Ma partiamo dal principio: quando nel 1976 il primo “Rocky” vinse l’Oscar come miglior film sconfisse pellicole
del calibro di “Taxi Driver” (id., 1976) di Scorsese, “Quinto potere” (Network,
1976) di Lumet, e “Tutti gli uomini del presidente” (All the President’s Men,
1976). La logica comune a tutti questi lungometraggi era un senso del cinema
come verità ed indagine sulla realtà dell’America contemporanea, che si
tramutava in uno spettacolo che aveva come matrice fondamentale un realismo di
fondo che poi è il leit-motiv di tutte le migliori produzioni degli anni ’70.
Sotto questo punto di vista “Rocky” si inserisce in una logica poetica ed
estetica che ricerca nella veridicità e nell’equilibrio la sua prima ragion
d’essere. Anche “Rocky II” (id., 1979) si muove sugli stessi binari, anche se
il cambio in regia da Avildsen per lo stesso Stallone lascia presagire quello
che avverrà da li a pochissimi anni.
Gli anni ’80 hanno significato negli Stati Uniti il dominio politico e culturale di Ronald Reagan, che ha scaturito uno yuppismo, una tendenza conservatrice e un “machismo” capaci di influenzare anche l’industria hollywoodiana. Un esempio su tutti? Pensate al “Top Gun” (id., 1986) firmato dalla coppia Tom Cruise/Tony Scott. Ebbene, sfruttando quest’onda nefasta Stallone ha fatto di Rocky Balboa il portavoce di tali valori, dirigendo terzo e quarto episodio ed impregnandoli di tale retorica superficiale. Attraverso l’estetica patinata e luccicante del videoclip “Rocky III” (id., 1982) e “Rocky IV” (id, 1985) hanno conquistato il pubblico di mezzo mondo, tradendo però l’equilibrio e la bellezza dei precedenti. Ed all’inizio del decennio successivo è arrivato addirittura il bislacco “Rocky V” (id., 1990) con Avildsen tornato alla regia, il cui risultato è stato un tiepido tentativo di tornare all’inizio e soprattutto di dare al personaggio il meritato pensionamento. Evidentemente il pugile di Philadelphia ha ancora qualcosa da dire, visto l’arrivo della sesta puntata. Una considerazione: visto che ci troviamo in piena restaurazione conservatrice (leggete pure “era Bush”) forse non c’è da essere troppo ottimisti, no? Aspettiamo e vedremo...



