La Hollywood della musica da film sta finalmente riaprendo le porte ai talenti d’oltre oceano, favorendo un flusso non indifferente di musicisti specializzati come non si vedeva dalla notte dei tempi dell’industria cinematografica, quando il nettare della scuola musicale arrivò dall’Europa e impostò i canoni del classicismo sinfonico tout-court. Le circostanze d’ingaggio e i risultati finora stimabili poco hanno a che vedere con i fasti della Golden Age, ma se oggi è possibile per compositori come il francese Alexandre Desplat (The Queen), il polacco Jan Kaczmarek (Finding Neverland) gli italiani Dario Marianelli (Orgoglio e pregiudizio) e Carlo Siliotto (The Punisher) non solo prendere il comando musicale di pellicole d’alto profilo ma anche innestarvici i rispettivi stilemi autoriali, qualcosa senza dubbio sta cambiando. E senza faticare troppo in ardite argomentazioni, la motivante di un simile “fenomeno” si offre nuda e cruda: l’irrigidimento del trattamento cine-musicale hollywoodiano perpetrato – spesso causa forza maggiore – dai compositori di casa e il bisogno di nuova freschezza e inventiva da parte dell’industria dell’intrattenimento.
Ultimo in ordine cronologico ad aver ufficializzato la propria entrata nella realtà del mainstream statunitense è Andrea Guerra, con il suo commento per "La ricerca della felicità" di Gabriele Muccino – anch’esso all’esordio americano. Al momento s’impone però un distinguo rispetto al suddetto scenario. In primo luogo –a differenza dei connazionali Marianelli e Siliotto – Guerra è stato reclutato direttamente dall’autore de "L’ultimo bacio", figurando – non a caso – come unico altro italiano del cast tecnico. Pare auspicabile comunque che anche senza l’intervento di Muccino, l’ottimo compositore de "Le fate ignoranti" e "La finestra di fronte", avrebbe in tempi brevi varcato i confini italiani, visto il notevole interesse riscosso dal suo plaudito lavoro per Hotel Rwanda e il generale apprezzamento dimostratogli dagli appassionati di settore, da sempre attenti alla sua distinta cifra stilistica. Personalità musicale che concretizza però la seconda urgenza di diversificazione dai canoni del nuovo riflusso hollywoodiano: perché Guerra confeziona un lavoro di sicura dignità e funzionalità filmica, ma risulta in fin dei conti distante dal suo tratto più rappresentativo. I modelli di riferimento sono presto svelati: Thomas Newman e John Powell su tutti. Al modulo neo-minimalista svezzato dal compositore di American Beauty spetta un ruolo di prominenza, mentre la semplicità più frugale (anch’essa poi redatta sull’essenzialità strumentale newmaniana) del Powell intimista (Mi chiamo Sam) echeggia sovente nell’inclinazione melodica. Insomma – nonostante il risultato tutto sommato apprezzabile – c’è da registrare una sicura imposizione produttiva, in termini di direttive stilistiche e standard di orientamento, che non deve certo aver reso tanto naturale e facile al musicista riminese l’approccio alle immagini.
Per quanto esiguo in fatto di sorprese, il disco proposto dalla Varèse Sarabande (16 estratti) aiuta comunque a rintracciare la sincera partecipazione musicale di questa prova – forse fatalmente afflitta dalle pesanti aspettative riposte nel film dalla Columbia e dal connaturato bisogno di estrema conformità ricercato dallo studio su ogni livello filmico. Gli estimatori del brioso tocco minimale moderno avranno comunque di che gioire; aspettando un Guerra più vicino a se stesso nella prossima commissione di una Hollywood apparentemente sempre più vicina all’Italia.

