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Elegante, simpatico e sicuro di sé. Dall’alto dei suoi 52 anni, John Landis, celebre autore di veri e propri cult movie come “Animal House”, “The Blues Brothers” e “Tutto in una notte".
INTERVISTA A JOHN LANDIS
Elegante, simpatico e sicuro di sé. Dall’alto dei suoi 52 anni, John Landis, celebre autore di veri e propri cult movie come “Animal House”, “The Blues Brothers” e “Tutto in una notte".
Signor Landis, come ha accolto la notizia dell’uscita in DVD di “Un lupo mannaro americano a Londra”?
Sono stato entusiasta dell’idea perché mi ha permesso di riprendere in mano un progetto a cui tenevo molto e modificarlo alla luce delle nuove possibilità tecnologiche. Solo così, ad esempio, ho potuto visionare il prodotto con quel suono che avrei voluto ascoltare già nel 1981. Del resto, per noi registi che operiamo nel mondo del cinema il DVD rappresenta una specie regalo nella misura in cui ci permette di presentare le nostre pellicole in forme accurate e davvero impensabili fino a qualche tempo fa.
E’ stato mai coinvolto nella realizzazione di un DVD?
Ho partecipato attivamente alla produzione dei DVD di “Slok”, “The Blues Brothers” e “Un lupo mannaro americano a Londra” ma non ho mai fatto dei commenti audio perché li ritengo piuttosto noiosi in un film. La Universal mi ha chiesto di realizzarne uno proprio per il dvd di “An American Werewolf in London” ma sono stato fortunato e ho evitato l’incombenza poiché l’anno scorso su un canale britannico è andato in onda un dossier di Adam Simon che doveva contenere una parte dedicata al mio film. Poco prima della programmazione, la rete ha deciso di tagliare proprio quella sezione che, rimanendo inedita, ha potuto costituire un documento valido da inserire in alternativa al mio commento.
Uomini che si trasformano in licantropi, donne che si tramutano in vampiri, poveri che diventano ricchi e ricchi che diventano poveri. Perché nel suo cinema c’è questa attenzione viscerale per il cambiamento?
Penso che i concetti di mutazione, alterità, diversità siano una costante tanto nel cinema quanto nella letteratura. “Un lupo mannaro americano a Londra”, “Amore all’ultimo morso”, “Una poltrona per due” e più in generale tutti i film hanno a che vedere con il cambiamento e l’evoluzione di un personaggio, sia che si tratti dell’andare fisicamente da un posto all’altro sia che si tratti di una reale transizione emotiva.
Spesso nei suoi film i ruoli da protagonista vengono ricoperti da uomini. Perché invece la componente femminile viene di fatto relegata a posizioni più marginali?
Effettivamente a pensarci bene è proprio così. L’unica donna interprete di un mio film è Anne Parillaud in “Amore all’ultimo morso” e come se non bastasse si mangia anche gli uomini che adesca. Ho deciso! Chiederò al mio psicologo e le farò sapere…
Sig. Landis lei dà l’impressione di divertirsi molto facendo il suo mestiere come se effettivamente stesse giocando con qualcosa. Si riconosce in questa idea di cinema come puro intrattenimento?
Anzitutto vorrei dire che mi ritengo una persona davvero fortunata perché, a differenza di molta gente che purtroppo non riesce a svolgere l’attività che ha sempre sognato, io mi guadagno da vivere facendo quello che davvero mi piace. E ovviamente la cosa mi diverte. Orson Welles una volta ha detto che uno studio cinematografico è come la più grande serie di trenini che un bambino abbia mai avuto. E ci sono anche molti altri privilegi come conoscere persone nuove o visitare luoghi che altrimenti difficilmente avrei potuto visitare.
C’è un film che più di tutti ha avuto il piacere di girare?
Personalmente non ritengo di aver mai realizzato un film magnifico ma sono consapevole che alcuni miei lavori hanno avuto una grossa influenza.
Come genere cinematografico preferito non posso che essere d’accordo col mio amico Walter Hill: è il western quello che più riesce a divertirmi. Tra i miei film invece penso che l’esperienza più bella sia stata quella di “Un lupo mannaro americano a Londra”. Essendo una produzione indipendente, ero direttamente io a firmare gli assegni e a decidere i tempi di lavorazione. Non c’erano pressioni o tensioni di alcun tipo e per questo si è trattata di un’avventura divertente e piacevole. Per quanto riguarda “The Blues Brothers”, l’unico vero problema sul set era la dipendenza dalla droga di John Belushi mentre per il resto è stato davvero stimolante lavorare con cantanti del calibro di James Brown, Michael Jackson od Eric Clapton.
C’è un’opera che vorrebbe realizzare ma che ancora non è riuscito a fare?
Desidererei firmare la trasposizione cinematografica di “Uno yankee del Cunnecticut alla corte di Re Artù” scritto da Mark Twain, il classico bel libro conosciuto da tutti e mai letto da nessuno. Si tratta di un romanzo fantastico e molto amaro. Non sono mai riuscito a realizzarne un film perché avrei bisogno di una star. In passato ho proposto la parte ad attori come Burt Reynolds e Robert Redford che però si sono rifiutati dato che il protagonista del racconto diviene prima un uomo corrotto e quindi finisce col perdere la vita.
Sono quasi tre anni che in sala non esce un suo film. Come spiega questa lunga pausa di riflessione?
Sulla base di un’incongruenza di interessi. Quello che scrivo non piace molto alle case di produzione e quello che mi propongono mi sembra spazzatura. Se i soggetti sono diversi dalle storie fantastiche e terribili di “Blues Brothers” o “Innocent Blood” è come se sentissero tradite le loro aspettative. Non mi chiamo Lukas o Spielberg. Non mi posso permettere di spaziare con la fantasia come fanno loro ma posso permettermi di rifiutare i lavori se questi non mi soddisfano. Da questo punto di vista mi sento fortunato perché non ho bisogno di soldi.
Ma al momento è impegnato in qualche progetto?
Dopo aver girato uno spot musicale per la Pepsi Cola con protagonista il campione giapponese di baseball Ichiro, ho deciso di dedicarmi interamente al mio prossimo film su cui però non intendo parlare. L’esperienza del passato mi ha insegnato che non è molto salutare parlare di un progetto prima ancora che sia conclusa la sua fase di produzione…
Per finire, come giudica l’attuale panorama cinematografico?
Devo dire che da tempo sono in circolazione opere davvero mediocri. La stagione cinematografica di quest’anno è poi una tra le più brutte che ricordi. Fino a tre anni fa giravano in sala film di grande valore come “American Beauty”, “Erin Brockovich”, “Fight Club” mentre oggi la qualità dei lavori è piuttosto stagnante. Ma è il prezzo imposto dai cambiamenti delle politiche hollywoodiane.
Cosa intende dire?
Intendo dire che ora gli studios cinematografici sono interessati unicamente alle pellicole che garantiscono grossi incassi ai botteghini. Negli anni Settanta l’elemento più importante del film era la sceneggiatura, quindi il regista ed infine lo spessore degli interpreti. Oggi invece ruota tutto intorno ai divi che con la loro presenza assicurano alle Major profitti miliardari.
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John Landis
domenica 7 aprile 2002
ore 0:00