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Interviste

Pupi Avati racconta di come si sia innamorato di nuovo del cinema facendo cinema.

Il mio amore per il cinema

Pupi Avati racconta di come si sia innamorato di nuovo del cinema facendo cinema.

Guardando il film pare che tra gli attori ci sia un grande feeling

“L’atmosfera era fantastica. Avevo bisogno di un film così, un film dove si respirasse un’aria pulita di sano cameratismo e sano entusiasmo. Mi ero già divertito molto a scriverlo. E credo che si sia avvertito in fase di regia. E’ stato bello mettere assieme attori con provenienze e esperienze così diverse da Giannini a Nino D’Angelo a Sandra Milo, ognuno era incuriosito dagli altri.
Questo perché io punto su aspetti che sono puramente umani e non attengono alla professionalità. Che oggi è anteposta a tutto. Di una persona prima si dice che è professionale, poi arrivano altre caratteristiche: sensibilità, creatività. A me la professionalità mi ha sempre un po’ preoccupato tanto è vero che avevo il timore che Giannini fosse inaridito nella sua professionalità. E’ un discorso che vale non solo per gli attori ma per tutta la troupe. Devo apprezzare umanamente le persone che lavorano con me. Non voglio dei geni, ma gente sensibile che si può ferire anche facilmente e che quindi non ti ferirà perchè sa quanto fa male. Questo produce una solidarietà, una coesione e un’armonia dell’insieme cancella gli attriti o le gelosie tipiche tra gli attori.
C’è da dire che questo è stato uno dei film che ha avuto una delle lavorazioni più felici. Anche perché venivo da un momento in cui avevo deciso di smettere di fare cinema. Come quando uno pensa ‘ormai non mi innamoro piu’ poi esci per strada e ti accorgi che c’è una parte di te che non conoscevi che è ancora disposta a mettersi in gioco. Mi sono innamorato di nuovo del cinema facendo il cinema.”

Perché aveva deciso di smettere?

“Perché avevo fatto un film ‘I cavalieri che fecero l’impresa’ che non solo non ha dato risultati commerciali ma sul quale si è abbattuto un muro di silenzio e indifferenza che ancora non mi spiego. Come se il film non ci fosse. Non capivo perché questo non è stato considerato in nessun modo nemmeno per i costumi. E ci era costato la vita. Avevamo dato il meglio di noi stessi. Così avevo pensato “Forse non sono più in grado di fare il regista”.

Poi cosa le ha fatto cambiare idea?

Ho fatto un po’ come gli animai domestici che quando un animale si fanno male si nascondono sotto il letto. per giorni. Poi improvvisamente una mattina si avvicinano alla ciotola dell’acqua. E ricominciano a vivere. Io mi sono avvicinato alla macchina da scrivere e ho iniziato a scrivere quattro cose su una storia che avevo sentito su un pensionato di suore dove la domenica pomeriggio venivano organizzati dei tè danzanti con uomini che da Bologna prendevano tram e calessi per andare a ballare con le cieche. Mi chiedevo che uomini fossero questi. E ne è venuta fuori la figura di Nello Balocchi. E poi avevo una cosa in serbo da 25 anni che non avevo mai usato: il titolo. Avevo un titolo per una storia che non c’era. Non ero ancor riuscito a trovarne una storia che potesse chiamarsi ‘Il cuore altrove’. Fino ad ora.”

La scena iniziale del film ricorda un po’ Amarcord di Fellini. Si è anche parlato di una citazione involontaria di ‘Luci della Città’ di Chaplin…

“Il cinema di Fellini è nel mio dna nel senso che ho scelto di fare il regista dopo aver visto “8 e mezzo” quindi non può che lusingarmi un paragone simile. Per quanto riguarda ‘Luci della Città’ non mi era venuto in mente fino a una settimana fa quando un giornalista mi disse che ‘Il cuore altrove’ gli ricordava lo schema del film ma tutto ribaltato. Ma è stata una citazione involontaria. Del resto credo che storie di rapporti con una non vedente ce ne siano ostate tante altre al cinema.”

Come si fa un film bello?

“Non si sa. Si fa la stessa fatica come per un film brutto. Non c’è nessuna differenza. Si spendono gli stessi soldi, molto spesso c’è lo stesso cast e improvvisamente ti capita di fare un film brutto o un film bello. E il mistero dov’è? E’ impossibile da scoprire. Nessuno è morto sapendo come si fa.”


Lei fa cinema da decenni. Come è cambiato il cinema in questi anni?

“Si è perso l’aspetto magico e misterioso. Forse perché oggi c’è un eccesso di dietro le quinte. Si raccontato troppo spesso in troppi modi raccontato come nasce un film. Quando io andavo al cinema da ragazzo non sapevo nemmeno se davvero gli attori esistevano o fossero solo un prodotto del fascio di luce che si proiettava sul telone giallastro. Il cinema americano ha supplito mantenendo fortissimo lo star system. Noi in Italia abbiamo delapidato il patrimonio di attori in cambio di una responsabilità totale del regista. Per molti decenni in Italia il regista è stato quasi una figura nell’ombra. Una volta si andava al cinema basandosi sulla foto attaccata fuori dalla sala cinematografica e sui nomi degli attori Mastroianni, la Loren, Gary Cooper, Marylin Monroe. Non si sapeva nemmeno cosa fosse il regista. Oggi il cinema italiano è così tanto raccontato che ha ragione Nanni Moretti quando dice che si ha sensazione di averlo già visto il film prima ancora di averlo visto. E poi oggi ci sono un’infinità di cinofili che sanno tutto, sono troppo informati ma che sono spettatori scadenti perché non sono più capaci di abbandonarsi al film.”

E’ vero che alcuni suoi attori le hanno chiesto di dare un seguito a Regalo di Natale?

“Sì e li accontenterò. Ma francamente ora non mi va di parlarne. Mi sembra di commettere un adulterio. Stai per far nascere una tua creatura e già le volti le spalle per il nuovo film. Ma ne parleremo…”
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