Se si dovesse giudicare un cineasta soltanto dalla
sua bravura nel saper adoperare la macchina da presa, quindi in un certo senso
dal suo ‘virtuosismo’ di regista, Brian De Palma sarebbe probabilmente
uno dei più importanti autori della storia del cinema. E forse per un certo
periodo lo è stato per davvero, almeno per quanto riguarda quello americano. Pochissimi
infatti hanno saputo creare un universo filmico di così suadente eleganza,
riuscendo ad estrinsecare in tutta la loro potenza le possibilità del
mezzo-cinema.
Purtroppo l’indubitabile bravura di De Palma ha dovuto (e voluto) confrontarsi con sceneggiature troppo spesso prive di qualsiasi spessore, che come risultato finale hanno portato al paradosso di opere di pura bellezza estetica ed allo stesso tempo di scarsissimo valore artistico.
L’ultimo lungometraggio con cui lo avevamo lasciato, “Femme Fatale” (id., 2002), è probabilmente l’esempio più calzante di questa contraddizione, ed insieme una delle peggiori pellicole girate dal grande Brian.
Si può ben immaginare quindi quanto sia atteso “The
Black Dahlia”, il suo ritorno dietro la macchina da presa che aprirà
l’imminente festival del cinema di Venezia.
Tratto da uno dei primi romanzi del
grande scrittore americano James Ellroy, il film si presenta come un
potente noir ambientato nella Los Angeles degli anni ’50, dove due poliziotti
amici-rivali vengono ossessionati dal barbaro assassinio di un’attricetta alle
prime armi, soprannominata dai tabloid appunto la “dalia nera”. Il cast è
composto da una schiera d’attori di sicuro impatto: la neo-star Scarlett
Johansson, Aaron Eckhart, Josh Hartnett e la due volte premio
oscar Hilary Swank. Anche nella squadra di ‘artigiani’ che compongono il
cast tecnico spiccano nomi di primissima importanza: Vilmos Zsigmond
alla fotografia, Mark Isham alle musiche, e soprattutto il nostro
novello Oscar Dante Ferretti alle scenografie.
L’adattamento per il cinema del complesso testo di Ellroy è stato scritto da Josh Friedman, la cui altra sola sceneggiatura di rilievo è stata quella – a dire il vero piuttosto sconclusionata - de “La guerra dei mondi” (War of the Worlds, 2005), co-firmata con David Koepp (altro sceneggiatore fedele a De Palma). Se lo script dovesse mantenere le affascinanti premesse del libro, allora potremmo davvero trovarci di fronte ad un nuovo grande film, degno di opere preziose come “Carlito’s Way” (id., 1993), “Scarface” (id., 1983) o “Blow Out” (id., 1981).
Se invece Brian de Palma si è trovato ancora una volta a lavorare su un testo fragile, il rischio di un ennesimo flop potrebbe seriamente compromettere la carriera di uno dei talenti visivi più importanti del cinema americano contemporaneo. Le possibilità per un gran film ci sono tutte, non ci resta che aspettare la premiere Veneziana per accertarcene. Noi lo speriamo…



