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La valanga di critiche e ammonimenti che hanno bersagliato la riduzione cinematografica del controverso best-seller di Dan Brown, ha travolto, imprevedibilmente, anche la colonna sonora di Hans Zimmer
Scandalo in musica
La valanga di critiche e ammonimenti che hanno bersagliato la riduzione cinematografica del controverso best-seller di Dan Brown, ha travolto, imprevedibilmente, anche la colonna sonora di Hans Zimmer
Al di là dei giudizi più o meno teologici, lo score di Zimmer risulta ben calibrato al non facile adattamento di Ron Howard. Che il musicista de Il Gladiatore abbia avuto le sue difficoltà nella scelta del giusto trattamento musicale lo rivela proprio il regista nelle note di copertina dell’album: “L’ho visto soffrire e gioire, e poi gettare via il suo lavoro e ricominciare da capo…”. Un patimento che certo ha dato i suoi frutti, favorendo una delle prove più interessanti dell’autore. Ma anche una difficoltà di concepimento che ha lo ha chiaramente indirizzato a canoni stilistici sicuri e collaudati. Stavolta a dettare legge non ci sono le muscolari scritture orchestrali sdoganate dal compositore in ambito action, bensì i classicismo mahleriano sviluppato in Hannibal (che con il film di Howard non condivide solo l’indirizzo musicale ma anche le severe ripercussioni della troppa anticipazione mediatica) e l’approccio sinistro della saga americana di The Ring (le evoluzioni violoncellistiche di “Beneath Alrischa” sono a cura di Martin Tillman, co-autore dei commenti per i due ramake). Su questo strato sonoro si innesta la sacralità di cui si diceva, una componente mistica incentivata tanto attraverso l’uso mirato del coro (vocalizzante e gregoriano) quanto nel ricalco di modelli tipici della messa classica (l’ultimo brano, “Kyrie For The Magdalene”, denuncia scopertamente questo riferimento), ma anche nella studiata gestione dell’enfasi, con plateali e squarcianti picchi corali chiamati a garantire il giusto livello di sensazionalismo cui il film – trattandosi pur sempre di un thriller – aspira. Su questo tasto battono soprattutto “Poisoned Chalice” e “The Citrine Cross” (probabilmente l’intervento che più di tutti ha assecondato la censura dello score), pagine che assicurano alla parte centrale dell’album la maggior accentuazione drammatica.
Howard e Zimmer escono dunque decentemente dalla loro seconda collaborazione dopo Fuoco Assassino (1991), anche se, al solito, la prova del compositore lascia la sensazione di un’occasione sprecata, di una soluzione musicale funzionale ma mai caratterizzante, per certi versi statica e pretenziosamente ricercata fino al formalismo di superficie.
Per quanto riguarda le argomentazioni della censura (limitata, sembrerebbe, ai confini americani), stupisce come questa partitura possa essere ritenuta maggiormente influente sulla sensibilità del pubblico dell’Ave Satani declamato nel ben più meritevole score di Jerry Goldsmith per Il Presagio (che Zimmer cita in “Salvete Virgines”), che oltre a lasciare indifferenti i custodi del buon senso precisamente trent’anni fa, si aggiudicò (meritatamente) persino l’Oscar. Mistero della fede.
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