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Dopo mesi di lavorazione, Martin Scorsese presenta a Roma "Gangs of New York".
Cinecittà is a magic place
Cinecittà is a magic place
Giacca blu, camicia azzurra, montatura nera hollywoodiana degli occhiali e un’altezza che non farebbe invidia nemmeno al nostro Presidente del consiglio, «Marty» arriva al Campidoglio accompagnato da un sindaco, Walter Veltroni, visibilmente di ottimo umore. Al film, in uscita il 24 gennaio, hanno lavorato 500 romani rilanciando il mito di Cinecittà.
E’ «Marty» ad essere primo attore, anche se accanto a lui ci sono Di Caprio e Day-Lewis. Per il regista di «Taxi driver» il cinema italiano è stato sempre molto importante. Cita spesso Visconti. La scena del ballo del Gattopardo. E poi Sergio Leone, cui deve molto. «Cinecittà è l’unico altro luogo magico dove girare, se non vuoi stare a Hollywood. Fare il mio film qui è stata un’esperienza fantastica, oltre che un onore. Sono stati tutti bravissimi. E poi c’era il genio di Dante Ferretti, il mio scenografo. Ora Mel Gibson sta girando qui il suo film sulla passione di Cristo, credo che Cinecittà oltre che un passato abbia un futuro promettente».
La democrazia che nasce dalla violenza. «Gangs of New York» racconta una pagina di storia che l’America preferirebbe dimenticare. «Avevo otto anni negli anni Cinquanta, e a New York vivevamo la guerra fredda aspettandoci bombe e la fine del mondo. Poi ho scoperto che la pace non c’era mai stata. C’erano stati uomini che aveva dovuto lottare, ho scoperto l’assalto alla cattedrale di San Patrick, nel 1846, la rivolta dei poveri che erano costretti ad arruolarsi. Per questo ho deciso di fare un film su come gli uomini fanno rispettare i propri diritti e proprio dal rispetto per la vita umana nasce il cammino della democrazia. Un cammino lungo, che si costruisce giorno per giorno». Polizia e pompieri violenti, l’esercito del Potere contro i poveri. Un tema difficile dopo l’11 settembre.
«Sapevamo che il film sarebbe stato vietato ai minori, non è stata una sorpresa. Ma d’altronde la violenza non era un optional a quei tempi, era una necessità. Abbiamo deciso, dopo l’attacco terroristico, di aspettare a farlo uscire: non era giusto e poi io non ero pronto. Ho scelto comunque di lasciare nell’ultima scena l’immagine delle due torri, perché fanno parte della storia della città. In America gli spettatori crescono, se ne discute è vero, ma vanno a vederlo». Il film dura quasi tre ore, ma alla fine delle riprese era molto più lungo. «Ho girato», ha detto Scorsese, « tre ore e trentotto minuti. Dovevo tagliare, dopo due giorni ero arrivato a tre ore e trentasette minuti. E’ stata dura, il film era un’enorme scultura, ma limandola alla fine è venuto fuori il cuore vero dell’opera». Come molti a Hollywood, Scorsese è contrario all’intervento armato in Iraq (così come i due protagonisti) e una bordata al governo Bush viene anche da una battuta nel film: «Le elezioni si vincono non con le schede, ma con gli scrutatori». Un’allusione alla Florida? «No, mia moglie l’ha trovata su una gazzetta del secolo scorso. E’ autentica. Direi molto attuale».
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