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Dalla mano di Brian De Palma, un noir dai rivolti onirici.

Femme Fatale

Dalla mano di Brian De Palma, un noir dai rivolti onirici.

Regia di Brian De Palma
Con Rebecca Romijn-Stamos e Antonio Banderas

“Il nostro obiettivo” - diceva Orson Welles - “ è catturare il fulmine e metterlo in bottiglia”. Probabilmente Brian De Palma si deve essere ispirato proprio a Welles. Il suo film trattiene l’attenzione come una saetta nel cielo.
Laura Ash (Rebecca Romjin-Stamos) è bellissima, sensuale, spregiudicata e peggio ancora, è una ladra, una trasformista, una donna che non sembra ubbidire a nessuna legge morale. Siamo a Parigi durante il festival di Cannes e il suo obiettivo, insieme ad altri tre complici, è quello di rubare un serpente di diamanti attorcigliato al corpo di una splendida modella. Laura Ash è disinvolta, e ricorrendo alla seduzione, si appropria del gioiello; riuscendo, alla fine, anche a raggirare e tradire i suoi complici: gente che, come lei sa bene, “non dimentica”. Così Laura deve fuggire e per il primo di una serie di casi quasi inverosimili si imbatte in una sosia che, suicidandosi, le offre un’inaspettata via di fuga: un passaporto e un biglietto per l’America.
Torna a Parigi sette anni dopo. E’ la moglie di un ricco ambasciatore. Ma ha il terrore che gli ex-complici traditi la possano ritrovare. Nicolas (Banderas), è un paparazzo con velleità artistiche. Incuriosito dalla leggenda di una donna di cui nessuno conosce né il viso né il passato, le scatta una fotografia. Qui il voyeurismo, tema che ha sempre incuriosito De Palma, si confonde con il mestiere, le vittime diventano carnefici, la situazione si rivolta a tal punto da capovolgere il filo logico degli eventi. Il film, che cerca di tenersi sul binario del noir, degenera nel quasi fantastico, fino a toccare l’onirico.
De Palma gioca con la memoria visiva, rappresentando la storia su più livelli, usando citazioni e ricordi. Gli incalzanti e persino caotici movimenti della macchina da presa rendono perfettamente l’idea. Il risultato è fortemente visivo; i dialoghi e le spiegazioni sono ridotti al minimo, le inquadrature dinamiche, e mai per un secondo verrebbe in mente di distogliere gli occhi dallo schermo. Su questo il regista ha ottenuto il suo scopo. Nonostante i virtuosismi tecnici, tuttavia, il racconto è abbastanza piatto e il colpo di scena finale invece di alzare il livello delle emozioni sembra levare equilibrio e spessore alla storia. La mano di De Palma si riconosce in alcune immagini cardine, rievocando la meticolosa cura per i particolari stilistici che da sempre fanno parte del bagaglio del regista; l’architettura perfetta de “Gli Intoccabili” è però scomparsa. La poetica dell’incredibile cade nell’inverosimile e sembra che non resti spazio nemmeno per l’immaginazione.
Il pianoforte di Ryuichi Sakamoto (Oscar e Golden Globe per la colonna sonora de “L’Ultimo Imperatore” di Bertolucci ) non si smentisce neanche stavolta.
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