Dieci

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Un viaggio nell'Iran delle donne firmato Abbas Kiarostami.

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Prendete un film, e toglieteci regia, messinscena, scenografia e paesaggi. Quello che vi rimane è qualcosa di molto simile a “Dieci”, dodicesimo lungometraggio di Abbas Kiarostami, presentato in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes.

Un film girato interamente all’interno di un automobile, dove personaggi e dialoghi sono ripresi dall’occhio leggero e discreto di una telecamera digitale portatile. Il mezzo meno invasivo che il cinema conosca, capace di registrare emozioni e sfumature con il massimo livello di realtà. Una sperimentazione in cui il regista iraniano abbandona tutti gli elementi indispensabili del cinema attuale all’insegna del minimalismo e della semplicità che ricorda “Close Up”, per il gioco di continui rimandi tra finzione e realtà.

A metà tra la fiction e il documentario, “Dieci” racconta in dieci sequenze la storia di sei donne, seguendole per le vie trafficate della caotica Teheran. Quello di Kiarostami è un viaggio nell’Iran contemporaneo e nella situazione femminile, contorta come le strade della metropoli, dove si rischia sempre di perdersi, di smarrire la strada. Nel mondo di Kiarostami gli uomini sono totalmente estromessi: con l’eccezione di un bambino, rimangono creature sullo sfondo, evocate solo dalle parole delle protagoniste. Perché se il mondo è loro, se sono gli uomini a decidere ancora oggi sorti e destini delle donne iraniane, l’unica via possibile -sembra suggerire Kiarostami- sta nel mettere a nudo le proprie emozioni, sbarazzarsi dei propri fantasmi, e fare quadrato intorno alla solidarietà femminile.

Una madre divorziata, una prostituta, una vecchia devota, una donna che aspetta invano il matrimonio, una donna lasciata dal suo amore: queste le figure che popolano l’automobile errante per le strade di Teheran. Le donne di Kiarostami parlano di amore, di sesso, di aborto, di religione, e sono straordinariamente consapevoli della necessità di un riscatto. Relegate ai margini della società, camuffate sotto chador e hejab, le donne iraniane cercano la via dell’emancipazione dalla società degli uomini. Il segreto è non attaccarsi mai, dicono: agli uomini come alla religione. “Siamo nati per perdere le cose”, dice la protagonista, tanto vale non fare drammi. E tra le emozioni in presa diretta riportate da Kiarostami, c’è posto anche per un impeto finale di ribellione, che prefigura coraggio e ottimismo per il futuro delle donne iraniane. Così, la ragazza piantata prima del matrimonio potrà ostentare al santuario una testa rasata. E presentarsi senza velo, finalmente, e senza vergogna.
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