La recente valanga calcistica che ha invaso gli schermi di mezzo mondo mi ha portato ad alcune considerazioni riguardo lo scarsissimo seguito che lo sport forse più praticato al mondo ha invece sul grande schermo. Perché sul calcio sono stati realizzati in proporzione un così basso numero di lungometraggi, di cui pochissimi che valga la pena ricordare?
Il primo motivo è probabilmente quello che in America, dove nonostante tutto troneggia ancora la più totalizzante macchina costruttrice di immaginario cinematografico collettivo – Hollywood – il calcio ancora non possiede quella popolarità che invece ha nel resto del mondo.
Il secondo e forse più importante motivo è invece che trattandosi di un gioco di squadra non permette con facilità un approccio narrativo-strutturale in grado di soddisfare le esigenze del pubblico: sia nel ritmo insito a questo sport che nella difficile possibilità di isolare un “eroe” in grado di fungere credibilmente come catalizzatore di una vicenda. Ciò può accadere anche per categorie in cui invece ci si trova ad essere “solisti”, come ad esempio il tennis – poco e malissimo portato la cinema – o il ciclismo – vale la pena ricordare solo il bellissimo “All American Boys” (id., 1979) di Peter Yates.
A ben guardare gli sport che da sempre funzionano al cinema sono però proprio quelli che esaltano l’individualità, che innalzano il protagonista in conflitto solitario con l’avversario – quando non con se stesso. La disciplina che in questo senso ha portato maggiori risultati artistici è senza dubbio il pugilato: pensiamo ad esempio a capolavori passati come “Toro scatenato” (Raging Bull, 1980) di Martin Scorsese, “Rocky” (id., 1976) di John Avildsen, oppure più recentemente un film complesso e straordinario come “Alì” (id., 2001) di Michael Mann.
Qualche volta però può accadere che l’intrinseca spettacolarità del gioco – e soprattutto il suo essere radicato nella cultura americana – possa favorire anche l’esaltazione di sport di squadra, a patto che siano comunque “guidati” da un eroe al timone.Ecco quindi che basket, football e baseball hanno trovato ad Hollywood e dintorni terreno fertile per tutta una serie di pellicole sportive di vario ma sostanzioso successo commerciale: se addirittura un autore impegnato e polemico come Spike Lee si è avvicinato al suo amatissimo basket con lo splendido “He Got Game” (id., 1998), oppure Oliver Stone ha fatto del football di “Ogni maledetta domenica” (Any Given Sunday, 1999) una testosteronica metafora della civiltà statunitense, significa che il terreno sportivo è decisamente fertile alle più spregiudicate manipolazioni cinematografiche. Come non ricordare allora la spigliata commedia romantica “Jerry Maguire” (id., 1996), in cui Tom Cruise si dibatteva sempre nel mondo dei colossi del touchdown?
Possibilità di manipolazione del ritmo del gioco e capacità di isolare un “eroe” all’interno della competizione: queste a mio avviso le due necessarie peculiarità per cui uno sport può funzionare sul grande schermo. Se poi questo non funziona ad Hollywood, allora ci sono davvero poche speranze…


Tom Cruise


martedì 25 luglio 2006
ore 15:24
martedì 25 luglio 2006
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