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Richard Gere arriva alla presentazione di Chicago, il geniale musical da tredici nomination agli Oscar più bello che mai.

Il musical nel sangue

Richard Gere arriva alla presentazione di Chicago, il geniale musical da tredici nomination agli Oscar più bello che mai.

Richard Gere arriva alla presentazione di Chicago, il geniale musical da tredici nomination agli Oscar, che lo vede nei panni di un avvocato scaltro e avido, più bello che mai. Più sexy del gigolò Julian Kay, più gentiluomo dell’ufficiale Zack Mayo (versa l’acqua a tutti i suoi colleghi), più liscio
di suo figlio Homer, tre anni.
Giacca nera e camicia blu scura aperta, capello grigio, occhiale da vista che, vezzosamente, si toglie per rispondere, braccialetto tibetano e fede. Ad accompagnarlo il regista Rob Marshall, molto emozionato, Renee Zellweger, protagonista femminile con Catherine Zeta-Jones, magra ed elegantissima in tailleur bianco e John C. Reilly.

Se si insegue il successo bisogna essere disposti a tutto, come i personaggi del film?
«L’idea comune è che il successo renda felici, anche se sappiamo benissimo che non è così. Tutti farebbero tutto, ma proprio tutto per essere sui giornali, anche in un piccolo trafiletto. E’ tipico dei nostri tempi pensare che essere su un giornale voglia dire essere qualcuno. E’ proprio come nel film che, ambientato negli anni Venti, ha le stesse pulsioni di oggi. Il mio personaggio dice: se non puoi essere famoso sii almeno infame ».

Ma cos’è per Richard Gere il successo?
«Quando si inizia a fare l’attore si è focalizzati solo su se stessi, si è come chiusi in un bozzolo. Ma poi con il tempo tutto questo si supera e il successo è semplicemente sentirsi bene a fine giornata sia che si faccia l¹attore, il giornalista o il contadino».

Come è stato fare per la prima volta un musical?
«Noi americani abbiamo il musical nel sangue, non è stato difficile tirare fuori questa parte di noi. E poi è stato il film più divertente che abbia mai fatto nella mia carriera, e ormai sono tanti anni che lavoro, ho cominciato a 19 e ora ne ho 28».

Qual è stata la scena più difficile? E quella più divertente?
«Sicuramente quella dove ballo il tip-tap, ero in panico. La più divertente forse quella dove canto con Renèe “We both reached for the gun” poi è stato molto piacevole girare con Reilly». John Reilly è veramente simpatico, brutto, nemmeno a dire il brutto che piace, ma ghignoso. Si alza e porta le caramelline ai giornalisti e sul successo ha un uscita straordinaria.
«Ormai ho raggiunto il top della fama, non posso chiedere nient’altro: sono uscito sulla copertina della Settimana Enigmistica». Il suo “Mister Cellophane” è uno dei pezzi più commoventi. «Mi sono ispirato a Charlie Chaplin, Buster Keaton e per il trucco un po’ sfatto del clown a Fellini».

E, infine, con i tempi che corrono: cosa pensa Richard Gere della guerra? «Slowly, slowly. Penso che ci potrebbero essere degli altri modi per non arrivare alla guerra».
Si alza sorride, bello, vanitoso e liscio.
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