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Torna l’idolo più imbranato, imperfetto e casinista di questi tempi di “singletudine” traballante: l’adorabile Bridget Jones.

Che pasticcio Bridget Jones

Torna l’idolo più imbranato, imperfetto e casinista di questi tempi di “singletudine” traballante: l’adorabile Bridget Jones.

di Beeban Kidron;
con Renée Zellweger, Colin Firth, Hugh Grant

Torna l’idolo più imbranato, imperfetto e casinista di questi tempi di “singletudine” traballante: l’adorabile Bridget Jones. E con lei, i due immancabili cavalieri, il dolce ed introverso Colin Firth, e l’irresistibile Hugh Grant. Ma non aspettatevi un semplice sequel, perché Bridget ha qualcosa di nuovo da raccontare sul mondo femminile: la vita di coppia.
Soluzione di tutti i problemi, o piuttosto l’inizio di un’inarrestabile serie di complicazioni?

Quando l’abbiamo lasciata, immortalata nel più classico degli happy end, Bridget (Renée Zellweger) è riuscita finalmente a fidanzarsi con l’uomo ideale, Mark Darcy (Colin Firth), avvocato di impeccabile compostezza. Anche troppa, per una pasticciona ed inguaribile fumatrice che proprio non riesce a tollerare la nuova assistente di Mark, bellissima e sempre così “adeguata”, o ad adattarsi ad una settimana bianca da vip, né ad aggirarsi, in un ricevimento dell’Ordine degli avvocati, tra “medio-borghesi conservatori e pelati”.
Tra gelosie e tilt di comunicazione, la vita di coppia si rivela molto presto diversa dai sogni, nonostante le migliori intenzioni: bisogna avere le idee chiare.
La separazione allora è la soluzione più ovvia. Buttarsi a capofitto nel lavoro potrebbe anche aiutare, se Bridget non si trovasse di nuovo a fronteggiare le avance del suo capo, Daniel Cleaver (Hugh Grant), deciso a non lasciarsi sfuggire una seconda possibilità, anche a costo di sottoporsi ad una terapia di disintossicazione sessuale.
Come sempre unica protagonista, incerta e confusa, dei suoi guai, Bridget non scrive più il suo diario, quasi non parla più con gli amici, al centro dei migliori deliri del primo capitolo, e la sua evoluzione magari guadagna in audacia ma perde in mordente.
Le nuove avventure si srotolano così in una serie di escamotage spettacolari- vedi la fuga in Thailandia- destinati quasi sempre a scivoloni di banalità.
Se la scena dei funghetti allucinogeni può anche trovare una sua ragione nella simpatia e nella espressività della Zellweger, piuttosto triste l’imprigionamento in un carcere tailandese che si risolve in coreografie di Madonna e patetici souvenir occidentali.
Meno sola, ma un po’ appiattita, la nuova Bridget riuscirà a ancora a far sognare tutte le donne che si sentono “strette” tra i riflessi di una copertina?
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