Ciudad Juarez è una cittadina di frontiera, giusto al confine tra Messico e Stati Uniti, ed è una delle località dove hanno sede numerose fabbriche di assemblaggio di beni a basso costo destinati al mercato americano. Ma è anche e soprattutto un’anticamera dell’inferno per gli orribili omicidi che da oltre 13 anni hanno come vittime le donne. Adolescenti spesso, giovani lavoratrici delle “maquiladoras” (così vengono chiamate le fabbriche di Juarez) aggredite durante il loro tragitto da e verso il miraggio di un lavoro malpagato. Donne rapite, stuprate, uccise ed infine abbandonate nel deserto, quando va bene. Perché spesso dei loro corpi non si hanno nemmeno più tracce.
“Bordertown”, ultimo lavoro del regista Gregory
Nava, racconta questa storia e lo
fa nei modi di un thriller politico che ha per protagonista Jennifer Lopez nel ruolo di una giornalista che indaga sui misteriosi delitti. Lauren arriva
in questa città con la baldanza della reporter in cerca del suo scoop ma quando
incontrerà Eva (Maya Zapata), unica giovane superstite alla follia omicida che si ripete ogni sera
all’uscita dalle fabbriche, si
ritroverà coinvolta in una storia dai contorni agghiaccianti che la farà
riflettere sulla necessità di rendere nota all’opinione pubblica l’altra faccia
della globalizzazione e del libero mercato. Ad aiutarla in questa battaglia
politica e morale nei confronti delle donne vittime di violenza sarà Alfonso
Diaz (Antonio Banders), suo ex collega giornalista direttore del locale
quotidiano. A fare da sfondo a tutto
questo le lamiere di bidonvilles sorte intorno alle fabbriche, luoghi della
miseria dove si può morire anche solo nel tentativo di allacciarsi alla
corrente per avere un po’ di luce.
Con questo lavoro Gregory Nava torna dunque al tema della frontiera tra Messico e Stati Uniti, già indagata nel suo “El Norte” del 1984 e lo fa con la volontà di portare alla luce fatti ancora troppo pochi conosciuti dal mondo. Un atto d’accusa il suo che non disdegna però toni dal sapore hollywoodiano - e forse poco utili all’economia del film - come un certo indugiare sul passato legame tra i due giornalisti Lopez-Banderas o sull’infanzia segreta di lei. Presentato in concorso alla scorsa Berlinale “Bordertown” ha come punto di forza il grande merito di trattare un argomento che ha bisogno di avere quanta più visibilità possibile e di sicuro il film offre autentiche emozioni da thriller. Sotto sotto, però, rimane la convinzione che un argomento come questo avrebbe potuto fare a meno di alcune scene di contorno senza perdersi troppo in suggestioni da cinema ‘commerciale.
Una curiosità: il progetto di Bordertown – girato in digitale ad alta definizione – ha richiesto circa sette anni per essere realizzato e la produzione ha dovuto superare notevoli ostacoli sulla strada della buona riuscita, non ultimo il boicottaggio locale e la difficoltà di girare nella stessa Juarez (la maggior parte delle scene ha infatti come location il New Mexico).


