Perché l’esigenza di portare sullo schermo uno spettacolo
teatrale?
Giovanni – Innanzitutto per soddisfare la grande richiesta del pubblico rispetto al nostro spettacolo. L’affluenza è stata tale che per accontentare tutti avremmo potuto fare delle repliche della tournee e girare l’Italia per un anno intero, oppure scegliere questo esperimento di teatro sul grande schermo. E poi, in questo modo avremo anche il tempo per dedicarci nel futuro alla scrittura di un altro film per il cinema.
Che tipo di accoglienza pensate che darà il pubblico a
questa novità?
Giovanni - Senza dubbio l’operazione in sé è rischiosa. È chiaro che “Anplagghed” è prima di tutto uno spettacolo teatrale, poi ripreso e riproposto al cinema. Non vogliamo che ci siano equivoci su questo e siamo molto curiosi di vedere quale sarà la reazione. Non scordiamoci comunque che il motivo principale di questo esperimento è stato proprio quello di soddisfare la richiesta del pubblico che ha letteralmente affollato i palazzetti in cui ci siamo esibiti.
Come nasce l’idea di raccontare la vita di una ‘metropoli’?
Aldo - Gli spunti dei nostri spettacoli vengono sempre dalla quotidianità di personaggi cittadini, anche se ovviamente in tutti c’è una vena surreale.
Giovanni - In fondo noi abbiamo sempre lavorato su dei caratteri che sono vicini al nostro mondo metropolitano e così è venuto fuori questo racconto che parla di una città piena di esseri insopportabili, individualisti e cattivelli.
“Anplagghed”, perché questo titolo?
Giacomo – L’idea era quella di scimmiottare i grandi musicisti che abbandonano il palco e si mettono a suonare nei piccoli club, in versione acustica, per ritrovare il contatto diretto con il pubblico. Questa era l’intenzione iniziale, poi, ci siamo ritrovati di fronte ad un successo incredibile e quindi la dimensione più intima si è un po’ modificata…

