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Cinema italiano in lutto per la scomparsa di un grande maestro. I funerali si svolgeranno il 5 luglio nella chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo a Roma

Alberto Lattuada addio

Cinema italiano in lutto per la scomparsa di un grande maestro. I funerali si svolgeranno il 5 luglio nella chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo a Roma

Alberto Lattuada è morto il 3 luglio nella sua casa vicino Roma. Aveva 91 anni ed era nato a Milano.

Prima di esordire come regista, il giovane Lattuada s’interessa di tante cose: architettura, pittura, giornalismo, fotografia (la raccolta dei suoi scatti migliori risale al 1941 e s’intitola "L’occhio quadrato").

La passione per il cinema prende subito il sopravvento. Infaticabile organizzatore di rassegne cinematografiche, è tra i fondatori della Cineteca italiana. Poi, dopo essere stato assistente di Soldati (“Piccolo mondo antico”, 1941) e di Poggioli (“Sissignora”,1941), Lattuada esordisce come regista nel 1943 con “Giacomo l’idealista” e con “La freccia nel fianco” del 1945.

Col film “Il bandito” (1946) si confronta con la realtà del dopoguerra. E con la poetica del neorealismo. Quindi, fra realismo e melodramma (“Senza pietà” e  “ll Mulino del Po”), Alberto Lattuada varca la soglia degli anni Cinquanta.

"Luci del varietà" (1950), diretto insieme a Federico Fellini, coincide con l’avvicinamento a tematiche diverse: l’analisi della personalità umana, l’attenzione al singolo personaggio. Tra i titoli più importanti di questi anni vanno ricordati “Il cappotto” (1952) e “La spiaggia” (1953). I toni si addolciscono in “Guendalina” del 1957, un tenero ritratto di quindicenne con cui il regista indaga il mondo adolescenziale tra malinconia e romanticismo.

Negli anni 60, oltre ai consueti adattamenti letterari portati sullo schermo con impeccabile cura visiva ( “La steppa”, 1962), Lattuada affronta generi molto diversi fra loro: il giallo ( “L’imprevisto”, 1961 e “Il mafioso”, 1962), la commedia ( “Don Giovanni in Sicilia”, 1967) e il film di guerra (“Fraulein Doktor”, 1969).

Con  Venga a prendere il caffè da noi” (1970), “Sono stato io” (1973)  e “Le farò da padre” (1974) il regista unisce la leggerezza dei toni propri della commedia a una visione più amara e disincantata della realtà sociale. Nell’arco degli anni ’80, invece, si dedica quasi esclusivamente alla televisione: basti pensare al kolossal "Cristoforo Colombo" (1985), poi "Due fratelli" (1987) e "Mano rubata" (1988). Nel 1994 la sua ultima apparizione in cinema: un burbero uomo d'affari ne “Il toro” di Carlo Mazzacurati.

 

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