Seven - la recensione del film
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Seven - la recensione del film
Attraverso una delle “svolte” estetiche più sorprendenti degli ultimi anni David Fincher è riuscito a convincere in pieno la critica con il suo nuovo “Zodiac”, thriller – in questo caso vocabolo probabilmente improprio – incentrato sulla figura del serial-killer che terrorizzò la città di San Francisco tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70.
Il virtuosistico regista di alcuni cult assoluti come “Se7en” (id., 1995) e “Fight Club” (id., 1999) ha diretto un film suadente e prezioso, che ha nella descrizione particolareggiata, quasi mimetica, dei meccanismi dell’indagine sull’assassino, il vero motivo della propria realizzazione. Più che sulle barbarie del pazzo il lungometraggio racconta del gruppo di persone – detective, giornalisti e vignettisti in particolare – che dedicarono il loro lavoro ventennale alla ricerca del colpevole. Nelle sue due ore mezzo abbondanti di durata “Zodiac” mantiene una presa fortissima sullo spettatore in virtù di una straordinaria ricostruzione del tempo, che però parte prima dal lato psicologico dei personaggi e successivamente si muove su quello più propriamente scenografico.
Le fasi interminabili delle ipotesi, degli interrogatori, delle piste più o meno attendibili nella ricerca della verità sono il fulcro principale del film, il vero ed affascinante meccanismo della “detection” viene svelato in tutta la sua veridicità. In questo, il bellissimo film di Fincher sembra avere come referente principale un altro capolavoro dell’epoca, quel “Tutti gli uomini del presidente” (All the President’s Men, 1976) di Alan J. Pakula, che indagava sullo scandalo Watergate. Lo spirito civile ed idealistico che anima i personaggi sembra infatti quello di molti grandi lungometraggi degli anni ’70, intenti a raccontare con sincerità fatti e persone che si sono battuti per o contro qualcosa. Ed infatti di questo lavoro di Fincher rimarranno impressi i volti comuni ma assolutamente veri delle figure messe in scena, dalla più importante a quella più secondaria. Lavorando insieme ad un cast capace di una mimesi a tratti incredibile, Fincher ha ricostruito prima di tutto lo spirito e l’atmosfera che si respirava in quel periodo, e già questo è un risultato notevole. Per fare ciò però il regista ha optato per un tipo di messa in scena che è diventato tanto sobrio quanto inaspettatamente prezioso, anche se in maniera diversa rispetto alle sue opere precedenti.
Adesso infatti il cineasta lavora a perfezionare l’eleganza che si cela dentro l’inquadratura,e non fuori di essa: i movimenti di macchina nel film sono quasi assenti, ed anche la fotografia del bravissimo Harris Savides non cede mai alle lusinghe dell’espressionismo. Fincher ha invece costruito un puzzle, anche visivo, dal fascino irresistibile, dove ciò che viene raccontato con minuzia e partecipazione trova la sua perfetta espressione nel “modus” cinematografico con cui viene raccontato. Trattandosi comunque di un film di genere difficilmente “Zodiac” potrà competere per la Palma d’Oro, ma un eventuale premio per la miglior regia non sarebbe di certo una sorpresa, e soprattutto assolutamente meritato.
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