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Les fantômes d'Ismaël - La recensione del film d'apertura del Festival di Cannes

Il nuovo film di Arnaud Desplechin si snoda tra i generi e sfoggia due ottime Marion Cotillard e Charlotte Gainsbourg

Les fantomes d'Ismael

17.05.2017 - Autore: Pierpaolo Festa, nostro inviato al Festival di Cannes (Nexta)
La macchina da presa di Arnaud Desplechin cerca sempre di inquadrare da diverse angolazioni le espressioni e i corpi di Marion Cotillard e Charlotte Gainsbourg. Ed è il primo buon motivo per vedere Les fantômes d'Ismaël, film che ha aperto la settantesima edizione del Festival di Cannes. 
 
Un dramma lungo (dura quasi due ore) che si snoda su una sceneggiatura che arriva a tratti al confine massimo con l'artificiosità. Un "pastiche" che avanza su diversi generi, strizzando l'occhio al thriller psicologico e perfino all'horror (con il ritorno dei fantasmi del passato). Uno di quei film che hanno l'ambizione di parlare dei momenti della vita senza seguire necessariamente un percorso lineare. Un film "francese" in tutti i suoi cliché... eppure un film che funziona e che affascina.


L'opera di Desplechin traina la sua storia sfilacciata con una grande forza cinematografica e con un tono bizzarro che è il punto vincente del film. Ci viene raccontata la storia di un regista in piena crisi. Un uomo abbandonato dalla moglie vent'anni prima: una ragazza mentalmente instabile scomparsa nel nulla e data per morta. Il protagonista, interpretato da Mathieu Amalric - che torna ai suoi personaggi border-line con l'aria di chi ha dormito con tutti i vestiti addosso -  rimane segnato per due decenni. All'inizio del film è come una barca alla deriva salvata dall'incontro giusto, quello con una nuova donna che aspetta solo di soccorrerlo (Charlotte Gainsbourg nei panni del personaggio più interessante del film). La loro relazione va avanti, entrambi decidono di ricominciare. Ed è proprio in quel momento che la vita arriva come una valanga, pronta a voler decidere al posto loro. La moglie del passato ritorna con l'intenzione di riprendersi il suo uomo: "Tu puoi continuare a vivere ed essere felice senza di lui. Io invece posso solo vivere al suo fianco", dirà a un certo punto la Cotillard rivolgendosi al personaggio della Gainsbourg.

Tornata dal mondo dei morti, la Cotillard affronta il ruolo come una presenza spettrale che si ricorda improvvisamente cosa sia la seduzione: sembra quasi una Terminator quando avanza verso il suo uomo totalmente nuda, riuscendo a sedurlo. Ma la storia del triangolo d'amore rappresenta appena un terzo del film di Despleschin che in mezzo mette tutto: il blocco creativo di un regista (se stesso), la voglia di fuggire dalla nostra posizione sociale e il fallimento di questa fuga, le dinamiche del rapporto padre-figlia con tanto di elaborazione del lutto e quello madre-figlio (simboleggiato dal personaggio della Gainsbourg, praticamente una mamma salvatrice per tutti). C'è perfino la storia meta-cinematografica che segue i personaggi del film girato dal protagonista affidata a Louis Garrel e Alba Rohrwacher

 
Il senso della storia sembra perdersi, ma non è così. Desplechin tiene salde le sue redini cinematografiche e ci regala un dramma che, se durasse un'altra ora, noi continueremmo a seguire. E in un certo senso è già così dato che Despleschin ha montato una versione più lunga, "più intellettuale", del suo film, che paradossalmente non è quella proiettata a Cannes.

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