Quando la notte - la recensione del film

Quando la notte - Locandina
  • Quando la notte - la recensione del film

    Poche storie: i lavori di Cristina Comencini sono sempre “dalla parte delle donne”. Lo era “La bestia nel cuore” in cui le violenze di un padre pedofilo sconvolgevano anni dopo la vita di una neomamma che pensava ormai di aver dimenticato, stessa cosa dicasi per le otto donne di “Due partite” (da lei scritto e portato a teatro, ma non al cinema), e per le tre protagoniste de “Il più bel giorno della mia vita”. Persino quando prende il punto di vista di un uomo come in “Bianco e nero”, lo fa dimostrando come il maschio abbia quasi una naturale tendenza a tradire e le donne, di conseguenza, che siano le mogli o le amanti, a rimanere sole.

    Con “Quando la notte”, presentato in Concorso a Venezia 68 ed ennesima trasposizione su grande schermo di un suo romanzo, la tendenza non cambia: l’uomo medio gliene fa passare di tutti i colori alla propria compagna. Che sia un nonno che ancora non ha capito “la ragione” per cui la moglie l’ha lasciato con tre figli tanti anni prima o che sia una severa e scontrosa guida turistica in montagna che poco o nulla si immedesima “nell’altra metà della coppia”. Oppure che sia un marito che manda la moglie da sola in vacanza a fare passeggiate con il pargolo di due anni, senza comprendere che, in certi periodi, non si lascia da solo qualcuno che mostra segni di precarietà emotiva. La morale della favola è una sola: gli uomini devono fare di più, non sparecchiare e svegliarsi nel cuore della notte, ma capire ed essere pronti a supportare.

    E’ proprio questa volontà di costruire a tutti i costi una tesi che porta la Comencini a scrivere personaggi stereotipati che ripetono battute e assumono atteggiamenti che vanno in un'unica direzione concettuale. Peccato. In un’epoca in cui la depressione post-parto viene sempre più discussa, la scelta della Comencini di parlarne in questi termini e con questa qualità - oltretutto riducendo lo stress causato da un pianto continuo, all’unica apparente ragione di un malessere che normalmente è ben più ampio e articolato - dispiace ancora di più. Alcuni momenti sono addirittura involontariamente ilari. Rimarranno purtroppo nella mente gli sguardi torvi di un Filippo Timi forse per la prima volta veramente a disagio in una sceneggiatura che lo tratteggia come un cane senza padrone incattivito da tanti anni di marciapiede, ma in fondo buono e desideroso solo di un po’ di coccole. Così come il grido di protesta della Pandolfi che si chiede come mai nessuno dica in giro quanto siano difficili i primi due anni di vita di un figlio per la madre.

    E se come unico termine di paragone maschile in positivo viene presentato un uomo pronto a ciucciare il seno della moglie per non rischiare che si infetti, allora significa proprio che non si è capaci, o non si ha voglia, di immaginare situazioni familiari e di coppia più verosimili che suggeriscano una soluzione senza apparire casi estremi. E così anche i pochi spunti interessanti di un film oltremodo noioso e male interpretato, finiscono con il perdersi nella marea. 

    di Andrea D'Addio

TRAMA

Marina, una giovane donna con un figlio di tre anni, in un momento difficile della sua vita familiare, di fronte alla propria incapacit? di essere una brava madre, si trasferisce per un periodo di riposo in montagna. Il suo... LEGGI TUTTO...

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COMMENTI:
  • Miki
    mercoledì 21 settembre 2011
    ore 15:03
    Leggo ovunque che il film della Comencini non è piaciuto ai critici, ma nessuno parla del fatto che invece al pubblico è piaciuto molto: ha ricevuto addirittura 8 minuti di applausi. Temo sia la solita storia degli opposti giudizi tra critica e pubblico, a prescindere dal vero giudizio sul film. Io lo andrò a vedere, perchè il libro lo adorato e lei è una delle mie scrittrici/registe preferite.

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