Paradiso amaro - la recensione del film
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Paradiso amaro - la recensione del film
“Il film ambientato alle Hawaii. È diretto dal tipo che ha fatto ‘Sideways’. Quello in cui ogni sessanta secondi ci si ferma a pensare quanto George Clooney sia un grande attore”. È così che verrà ricordato “Paradiso amaro”, il film di Alexander Payne presentato a Torino 29 nella sezione “Festa mobile: Figure nel paesaggio”.
Payne torna a realizzare un lungometraggio sette anni dopo essere andato a esplorare i vigneti della California (e la depressione di Paul Giamatti). Dalla contea di Santa Barbara a Honolulu, il regista sceglie ancora una volta location che tolgono il fiato, perfette come arma letale per protagonisti che devono affrontare un momento particolare della vita. Il momento della resa dei conti con il dolore.
Al centro dell’obiettivo un uomo che tenta di riprendersi in mano quel che resta della sua famiglia. Una storia raccontata visivamente da primi piani, silenzi riflessivi e il solito humour amaro tipico di Payne, regista che riesce sempre ad arrivare in fondo all’animo dei suoi personaggi (i giornalisti in America hanno sottolineato la sua “agilità emotiva”). A ritmo di ukulele e affidandosi a un set di bizzarre camice hawaiane, il regista poggia l’intero film sulle spalle larghe di George Clooney. Non bastano solo le espressioni, la sua è anche una prova fisica: le sequenze più riuscite sono quelle in cui lo vediamo in preda a un’esplosione emotiva, pronto a scattare e correre per strada con i sandali o a inseguire il presunto amante della moglie, per poi nascondersi tra i cespugli.
Il tentativo di schivare i duri colpi fallisce, finché il grande George fa l’unica cosa possibile: incassarli per ritrovarsi successivamente al tappeto, crollato improvvisamente in ginocchio. Quello è il momento più memorabile del film. Se già nei panni di Ryan Bingham in “Tra le nuvole” l’attore aveva liberato la sua vulnerabilità, in questo film sottoscrive il tutto, lacrima dopo lacrima. Dilatando i tempi e bilanciando impeccabilmente crudeltà e speranza, Payne e il suo protagonista realizzano un’opera memorabile in cui i momenti struggenti diventano reali proprio perché filtrati attraverso un registro agrodolce.
di Pierpaolo Festa
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