Millennium: Uomini Che Odiano le Donne - la recensione del film
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Millennium: Uomini Che Odiano le Donne - la recensione del film
David Fincher è probabilmente il cineasta americano contemporaneo che più di tutti in questo momento sta cercando una congiunzione estetica e narrativa tra la lezione del cinema classico e la visione di quello contemporaneo. Il suo ultimo “The Social Network” era sotto questo punto di vista una sintesi di enorme efficacia. E’ probabilmente questo uno dei motivi principali per cui l’autore ha scelto di cimentarsi nella trasposizione cinematografica del primo capitolo della saga “Millennium” scritta da Stieg Larsson, un thriller dall’impianto piuttosto classico ma con un’ambientazione e alcuni sottotesti decisamente attuali.
A livello di messa in scena “The Girl With the Dragon Tattoo” – in italiano “Millennium: Uomini che odiano le donne” – è assolutamente encomiabile, anche perché Fincher, col suo stile sempre velatamente “freddo”, dimostra di trovarsi a proprio agio con le distese innevate e l’architettura stilizzata dell’ambientazione scandinava. I setting e gli interni spogli, mimimali, vengono perfettamente utilizzati per costruire immagini taglienti ed eleganti, grazie anche al supporto prezioso della fotografia livida di Jeff Cronenweth. Anche nella direzione degli attori Fincher dimostra di saper tirare fuori il meglio da chiunque: Daniel Craig è scarnificato al punto giusto e riesce a lavorare benissimo dentro i panni di un personaggio volutamente dimesso come Mikael Blomqvist. Rooney Mara nel ruolo dell’eroina dark Lisbeth Salander è sorprendente quando deve tirare fuori l’aggressività e la durezza psicologica del suo personaggio, un po’ meno convincente quando invece dovrebbe mostrarne le mancanze e le ferite psicologiche. Nel complesso la sua prova è però più che soddisfacente, e merita di essere sottolineata.
Se “Millennium: Uomini che odiano le donne” è però un lungometraggio non pienamente riuscito ciò è dovuto alla sceneggiatura, che possiede gli stessi identici problemi del primo adattamento realizzato nel 2009 con Noomi Rapace protagonista: le due figure principali si incontrano troppo tardi nell’evolversi della vicenda e a livello emotivo non sembrano mai legare troppo. In più i meccanismi della detection si muovono poi con improvvise accelerazioni ma anche con notevoli cadute di ritmo narrativo, e conseguentemente di tensione drammatica. La storia procede a strappi, impreziosita dalla messa in scena di Fincher che però nelle parti più discorsive e farraginose non può ovviamente fare miracoli. A questo punto appare lecito sospettare che il problema sia proprio nel romanzo di Larsson, e che la sceneggiatura di Steven Zaillian sia stata troppo scrupolosa nel seguirlo (anche se alcuni cambiamenti ci sono…).
Rispetto alla compattezza e all’inventiva di “The Social Network”, questo nuovo film di David Fincher segna un mezzo passo indietro, non tanto nella confezione accuratissima quanto nella fluidità della narrazione. Poi ovviamente all’interno del film ci sono almeno tre o quattro scene che sono cinema di livello altissimo, che tolgono il fiato per la loro semplicità e insieme per la loro potenza espressiva. Nel complesso però “The Girl With The Dragon Tattoo” in molti momenti gira a vuoto, si ferma quasi in contemplazione di paesaggi e situazioni senza avanzare spedito verso la soluzione del mistero.
C’è però un qualcosa per cui questo prodotto verrà ricordato nel tempo, e per cui vale assolutamente la pena pagare il prezzo del biglietto per vederlo: gli incredibili titoli di testa. La cover di “Immigrant Song” dei Led Zeppelin riadattata dal duo Trent Reznor/Atticus Ross e cantata da Karen O, sulle immagini serrate e spettacolari realizzate da Fincher, è un connubio che toglie il respiro. Il tutto è anche diventato un video a se stante, che gira slacciato dal film in una versione leggermente differente. Per cui deve essere visto sul grande schermo, è un’esperienza cinematografica folgorante.
di Adriano Ercolani
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