La talpa - la recensione del film
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La talpa - la recensione del film
Centoventisette minuti di soffiate, manipolazioni, giochi e doppi giochi in una pellicola di genere così classica come non se ne facevano più. Nell’era di Jason Bourne tutto è frenetico: i registi si preoccupano di tagliare con l’accetta i dialoghi, posizionare tante macchine da presa ad ogni angolo del set e fare saltare gli spettatori dalla poltrona ogni cinque minuti. Al contrario “La talpa” (in originale “Tinker, Tailor, Soldier, Spy”) è una spy story più mentale che fisica. Impostata esattamente come una partita a scacchi, la pellicola – diretta da Tomas Alfredson di “Lasciami entrare” – posiziona le pedine nel corso della sua prima parte. Nel quartier generale dello MI6, in piena Guerra Fredda, si nasconde un alleato dei sovietici. Scovarlo comporterà alti prezzi da pagare.
Una partita a scacchi che definire complessa sarebbe un eufemismo, dal momento che “La talpa” richiede che il serbatoio di attenzione di chi sta a guardare sia pieno per tutta la durata del film. Qualche dettaglio può facilmente essere perso per strada, ma non è grave: al regista interessa avvolgere totalmente lo spettatore, ricreando alla perfezione un’epoca buia. Per questo mette a punto una confezione ultra-raffinata con set che lasciano a bocca aperta e una fotografia che rappresenta esattamente i colori morti degli anni Settanta, avvolta da tanto fumo. La tensione non è sparata al centro dello schermo in maniera esplosiva, eppure eccola costantemente serpeggiare ai piedi dei protagonisti.
Gary Oldman torna protagonista assoluto nei panni di George Smiley, una figura che sta all’opposto dei vari Bond. Quello creato dalla penna di Le Carré é un antieroe che si prende tanto tempo per pensare prima di agire, guidandoci all’interno di questo mondo e facendo uso di due armi: la calma e la mente con cui decifra i suoi interlocutori. E la prova dell’attore britannico è impeccabile, specialmente quando deve rappresentare il conflitto tra il soldato al servizio di Sua Maestà e uomo malinconico afflitto da una moglie fedifraga. La nostalgia è l’altro grande tema del film: nella Guerra Fredda ogni certezza è stata infettata dal dubbio, tutto è grigio e l'integrità è ormai storia vecchia. Tutti i protagonisti rimpiangono l’epoca del secondo conflitto mondiale, quando ogni schieramento era chiarissimo.
L’assalto allo scacco matto arriva nel finale, ma niente a che vedere con sparatorie o esplosioni, piuttosto una resa dei conti in cui non c'è nessun vincitore. L'augurio è che il gran bel film di Alfredson potrà dare vita a un nuovo franchise sulle disavventure di Smiley.
di Pierpaolo Festa
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mercoledì 3 agosto 2011
ore 8:23
mercoledì 3 agosto 2011
ore 8:16