L'ombra del potere - la recensione del film
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L'ombra del potere - la recensione del film
All’entrata della CIA c’è scolpito un verso biblico: “E tu saprai la verità, e la verità ti renderà libero”. In realtà chi entra di lì non solo non saprà mai la verità, ma passerà la sua vita ad inventare false verità da far credere ai nemici. Nella vita della contro-spia tutto è così pieno di segreti, intrighi, indizi e cospirazioni. Ogni cosa è calata all’interno di una stanza di specchi e analizzata al microscopio. Realtà e menzogna si riflettono nello stesso specchio fino a confondersi. E così la storia di Edward Wilson, e di pari passo quella della CIA, diventa soprattutto la personificazione narrativa della paranoia.
Questa è la storia della formazione sociale della CIA e del suo fallimento più clamoroso, la Baia dei Porci. Nell’aprile del ‘61 un nastro e una foto vengono recapitate sulla porta di Wilson. Là dentro ci sono gli indizi per scoprire il traditore che ha spifferato a Fidel Castro il luogo dell’invasione. In alternato la storia salta indietro ai primordi della CIA, sul finire degli anni ’30, quando Wilson è uno studente di poesia a Yale e viene incluso nella società segreta Skull and Bones. Una specie di confraternita mistica fatta rigidamente di WASP con la pretesa di formare i futuri leader mondiali.
La congregazione costituirà l’ossatura dell’O.S.S, l’ufficio dei servizi strategici durante la seconda guerra mondiale. E poi nel dopo guerra della CIA vera e propria, nata per impedire l’invasione globale del nemico sovietico. Il film lascia in realtà serpeggiare la suggestione che la CIA abbia costantemente sopravvalutato le capacità sovietiche allo scopo di giustificare la sua stessa esistenza.
Una spia russa dice a Wilson: “Sopravvalutate le potenzialità dell’Unione Sovietica per legittimare il vostro sistema economico”. E soprattutto De Niro insinua, ancora più subdolo, un altro sospetto: che lo spionaggio sia solo un’attività autoreferenziale tra spie e contro-spie, fatta per intellettuali dotati di senso del pericolo e una spiccata abilità nell’inganno.
Edward Wilson passa il suo tempo libero ad infilare meticolosamente modellini di navi in piccole bottiglie. E’ un uomo preciso che parla il meno possibile e ogni mattina sale su un bus di Washington nella sua classica divisa: impermeabile, cappello, ventiquattrore. Sembra solo un altro impiegato che va al lavoro. E invece è la spina dorsale di tutta la storia della CIA. Il personaggio reale a cui è ispirato, James Jesus Angleton, coltivava orchidee invece di miniature di navi in bottiglia, ma la sostanza resta la stessa. La disperata solitudine di chi non può fidarsi di nessuno.
Matt Damon si ritira sempre più in se stesso per (non) dare un corpo a questo uomo ossessionato dai segreti e dai contro-segreti, dalle spie e dalle contro-spie. Wilson è più una vittima di un eroe, un uomo che vive nella nebbia della supposizione e del sospetto. De Niro dietro alla macchina da presa non è che brilli per genio registico. Tuttavia mette in scena il film con impeccabile fedeltà alla storia e con un’inattesa fluidità e grazia.
I segreti e gli intrighi hanno dato alle agenzie come la CIA un fascino letterario immortale, “L’ombra del potere” invece ha il merito di un attento lavoro demistificatorio. I fatti e la vita quotidiana dell’agente CIA al posto dei classici clichè da spy-story. Non che qui manchino quegli impermeabili e quei cappelli così pieni di letteratura. Solo che dentro agli impermeabili e sotto i cappelli ci sono dei personaggi e delle storie.
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IL CAST
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martedì 17 aprile 2007
ore 13:09