L'industriale - la recensione del film

L'industriale - Locandina
  • L'industriale - la recensione del film

    Se con la sua cosiddetta trilogia sul potere (militare con “Gott mit uns”, giudiziario con “Sacco e Vanzetti” e religioso con “Giordano Bruno”) Giuliano Montaldo si era soffermato negli anni ’70 sulle fondamenta che reggono gli stati occidentali, mettendone a nudo i possibili abusi, con “L’industriale” il suo occhio analitico sulla società si lega a filo doppio con l’attualità. Al centro della storia infatti c’è un imprenditore stritolato dalla crisi, tra debiti a cui non si riesce a far fronte, scorte in magazzino che continuano ad accumularsi e una possibilità di rilancio a cui sembra credere solo lui. Questo suo malesseresi ripercuote sulla sua vita privata: il legame con la moglie diventa sempre più flebile e il rischio di un fallimento “totale” (lavoro ed affetti) della sua vita sembra dietro l’angolo.

    Montaldo parte bene. Il modo in cui si focalizza sui problemi amministrativi e finanziari della fabbrica, sulla testardaggine del suo protagonista che vuole continuare a “credere” in una ripresa nonostante le reazioni contrarie tanto delle banche che della sua famiglia sono covincenti. Ben presto l’aspetto “lavorativo” lascia spazio a quello privato e molte delle buone aspettative create si sgretolano velocemente a favore della classica storia di corna borghesi. Come la crisi nel lavoro diventi si ripecuoti sul matrimonio è senza dubbio un’osservazione valida ed interessante, ma Montaldo e il suo co-sceneggiatore Andrea Purgatori sacrificano troppo a favore di questa, non solo a livello di tempi narrativi, ma anche in termini di regia. E’ un vero peccato perché Montaldo dimostra di sapere il fatto suo, carica di drammaticità e tensione latente molti passaggi (merito sia della fotografia desaturata che di un bravissimo Pierfrancesco Favino) e trova una soluzione narrativa poco prima del finale che risulta credibile e catartica (senza svelarvela nel dettaglio, vi basti sapere che si basa sul fondamento che alla fine la “creatività” italiana è vincente anche davanti la razionalità tedesca).

    E se Pierfrancesco Favino, come detto, regge bene le fila del racconto, dall’altra Carolina Crescentini, per quanto si impegni, soprattutto nella prima parte del film, sembra non riuscire a scrollarsi di dosso il ruolo di Corinna Negri in “Borise spesso si attende avidamente che Renè Ferretti la interrompa. In definitiva L’industriale” risulta così un film a metà: le sue riflessioni arrivano a destinazione, ma è comunque vittima di tanti, medi, ma ben distribuiti errori e difetti (di regia, di sceneggiatura, di interpretazioni) che la sensazione di un’occasione mancata è la sensazione preponderante quando si esce dalla sala.

    di Andrea D'Addio

TRAMA

Nicola è il titolare di una fabbrica, ereditata dal padre, che adesso è sull'orlo del fallimento. Nicola si ritrova strangolato dai debiti e dalle banche, nella Torino che vive la grande crisi economica che soffoca tutto il... LEGGI TUTTO...

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