Il Discorso del Re - la recensione del film
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Il Discorso del Re - la recensione del film
Il cinema britannico quando vuole sa essere assolutamente funzionale a un tipo di spettacolo che sa mescolare con equilibrio intrattenimento intelligente e capacità di veicolare emozioni al grande pubblico. Figuriamoci poi se alla co-produzione figurano i fratelli Weinstein. Ecco così che “Il discorso del Re” si trasforma da semplice commedia in costume ad uno dei lungometraggi più importanti dell’anno, favorito agli Oscar e quasi sicuro vincitore di almeno una statuetta (sul totale di dodici candidature), quella per il miglior attore protagonista. Colin Firth è indubbiamente il punto di forza di questa produzione, perfettamente calibrato nel fornire una prova d’attore sempre in stupendo bilico tra la compostezza e l’istrionismo. Accanto a lui un altrettanto ammirevole Geoffrey Rush, che in ogni scena riesce alla perfezione a fargli da contraltare proponendo uno stile di recitazione che ne metta in risalto di volta in volta il tono. A chiudere un trio di fattura squisita la sorprendentemente composta e aggraziata Helena Bonham Carter, qui senz’altro alle prese con una delle prove più riuscite della sua carriera.
Insomma, “Il discorso del Re” è prima di tutto un film d’attori, e difficilmente poteva essere altrimenti. L’intelligenza del regista Tom Hooper – suo il sopravvalutato “Il maledetto United” e anche una serie TV straordinaria come “John Adams” – sta nell’assecondare al meglio gli interpreti con una regia comunque sempre presente e ritmata, che in alcuni momenti sottolinea al meglio il senso di disagio e di terrore che attanaglia la figura principale. Anche la sceneggiatura scritta dal veterano David Seidler – suo un script meraviglioso come quello di “Tucker” di Francis Ford Coppola – supporta con dialoghi brillanti ma mai esagerati lo sviluppo psicologico ed emotivo di Re Giorgio VI, Firth appunto.
“Il discorso del Re” è quindi un lungometraggio pienamente riuscito, che propone uno spettacolo godibile e capace di soddisfare con pienezza i gusti dello spettatore. Un prodotto confezionato ad arte, che però rispetto ad altri probabili contendenti per l’Oscar come “The Social Network”, “Inception” o “Il Grinta” è probabilmente un passo indietro, in quanto mancante di una vera e propria potenza espressiva che gli faccia fare il salto fondamentale da ottimo film a opera da ricordare.
di Giulio Frafuso
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venerdì 28 gennaio 2011
ore 10:49