Nome di donna

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TRAMA
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Nina (Cristiana Capotondi) si trasferisce da Milano in un piccolo paese della Lombardia, dove trova lavoro in una residenza per anziani facoltosi. Un mondo elegante, quasi fiabesco. Che cela però un segreto scomodo e torbido. Quando Nina lo scoprirà, sarà costretta a misurarsi con le sue colleghe, italiane e straniere, per affrontare il dirigente della struttura, Marco Maria Torri (Valerio Binasco) in un’appassionata battaglia per far valere i suoi diritti e la sua dignità.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Nome di donna
GENERE
NAZIONE
Italia
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Videa
DURATA
98 min.
USCITA CINEMA
08/03/2018
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2018
RECENSIONE
di Alessia Laudati
 
Nome di donna è un film che ha la raffinata attenzione di collegare il tema delle molestie sul lavoro ai disequilibri sociali in maniera chiara, asciutta e realistica e facendo del film un thriller psicologico non perfetto ma che coglie il tono giusto per raccontare l’argomento delle violenze dopo lo scoppio del movimento Me Too. Forse proprio ora si sarebbe potuto urlare di più ma al tempo della realizzazione del film, il basso profilo era forse lo strumento più giusto per non cadere nella spettacolarizzazione eccessiva del fenomeno. Non è poco per chi vuole costruire una storia di impegno civile raffinata ma anche lucida nel gettare luce su un abuso dalle forme sottili troppo stesso banalizzato e erroneamente collegato alla dimensione del desiderio. Nelle molestie sul lavoro, come racconta il volto emaciato della brava Capotondi nel ruolo di Nina, non c’entra l’attrazione, il libero scambio di affetti e godimenti, non c’è la costrizione fisica dello stupro, ma tutto è più subdolo e sottile. C’entra, al contrario, l’esercizio di potere che un datore di lavoro esercita su un suo subordinato per ottenere qualcosa che altrimenti non otterrebbe: una prestazione di lavoro a costo più basso, a condizioni più convenienti o addirittura altro, ossia una prestazione sessuale.
 
Giordana si sofferma bene su questo meccanismo che non lascia tracce palesi se non nell’anima e lo fa con il suo stile cupo, asciutto, sottilmente inquietante. Il film racconta la storia di una donna dal profilo sociale ‘fragile’ e tutte le minacce invisibili che si collegano a un abuso di potere di questo tipo. Il regista si sofferma sui volti, sulle atmosfere, sul dubbio e sull’inquietudine di chi si sente in trappola senza però poter mostrare i segni evidenti delle catene. Cristiana Capotondi dà il proprio contributo a un ritratto di donna molto attuale, una ragazza madre che è rimasta senza lavoro, che ha un compagno che non è il padre della bambina e con il quale ha un’unione sentimentale profonda ma dalla quale comunque non vuole dipendere economicamente in maniera esclusiva. È insomma una donna come tante che accetta l’amore ma vuole anche che esso non sia del tutto totalizzante. Così la ricostruzione approfondita del fenomeno delle molestie sul lavoro avviene mostrando tutti questi aspetti con puntualità e senza mai cedere al pathos. Il film è duro perché mostra anche una catena di orrori dove spiccano con efficacia i due personaggi abusanti e perpetratori di violenza: chi la compie, il personaggio di Valerio Binasco, e chi la copre, il personaggio di Bebo Storti; i caratteri forse più riusciti del film nella loro doppiezza, ambiguità e scorretta attitudine sul lavoro e non solo.
 
Ciò che invece soffre non è tanto il racconto del sistema che garantisce alle violenze di non emergere, cioè la paura, la complicità dei perpetratori, l’isolamento nei confronti di chi denuncia da parte delle altre vittime che però non si sono ribellate e che ora, come in uno specchio, vedono riflessa la loro condizione insopportabile, che è appunto accurato e drammaticamente coinvolgente, quanto la seconda parte del film che dal thriller, mai troppo calcato, si trasforma quasi in un legal thriller senza brivido e un po’ freddo. Così la parte dove la denuncia prende piedi e nella storia vengono coinvolti legali e sindacati fino alla conclusione finale del film, è la parte più debole di un film altrimenti chiaro e ‘forte’ al punto da correre il rischio di essere quasi didascalico ma riuscito. L’epilogo è forzatamente positivo, ma tutto il resto va visto senza voler voltarsi dall’altra parte, riconoscendo il coraggio di un regista che potrebbe urlare e invece mette in fila gli eventi con realismo e tocco autoriale.