Made in Italy

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TRAMA
Made in Italy

Riko ha 50 anni, è nato e cresciuto in una cittadina emiliana: è operaio nel salumificio dove lavorava suo padre, e ha sposato, molto giovane, Sara, una parrucchiera. È un uomo onesto, vive di un lavoro che non ha scelto, nella casa di famiglia che riesce a mantenere a stento, ma anche se fa una vita preimpostata, seguendo i dettami della società, può contare su un gruppo di amici veri e su una moglie che, tra alti e bassi, ama da sempre. Suo figlio è il primo della famiglia ad andare all'università. È però anche un uomo molto arrabbiato con il suo tempo, che sembra scandito solo da colpi di coda e false partenze. Quando perde le poche certezze con cui era riuscito a tirare avanti, la bolla in cui vive si rompe e Riko capisce che deve prendere in mano il suo presente e ricominciare, in un modo o nell'altro. E non darla vinta al tempo che corre.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Made in Italy
GENERE
NAZIONE
Italia
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Medusa
DURATA
104 min.
USCITA CINEMA
25/01/2018
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2018
RECENSIONE
di Mattia Pasquini
 
Sono passati venti anni precisi da Radiofreccia, piacevolissima sorpresa ed esordio notevole del musicista emiliano, che oggi torna alla regia per la terza volta con la versione cinematografica del suo concept album Made in Italy. Un progetto "balordo" lo ha definito Luciano Ligabue, ma è comprensibile che un appassionato di Rock e di cinema come lui non finisse prima o poi col sognare un proprio Hair, o Tommy, per quanto "anacronistico" e "presuntuoso", come lui stesso ammette parlandone. Ma esempi tanto altisonanti non fanno bene al piccolo e sentimentale ritratto della 'Gente comune' del suo Paese, purtroppo meno riuscito del film con cui lo avevamo scoperto.
 
Un film sul cambiamento, delle persone, non solo dei giovani, come spesso ormai siamo abituati a vedere raccontato, ma anche delle generazioni precedenti, di uomini e donne di mezza età ormai esclusi dal mondo del lavoro. Un film che racconta la disperazione e la depressione, nemmeno troppo tra le righe, ma che forse dà troppo per scontata l'identificazione con i soggetti messi in scena e la conoscenza di quel tessuto sociale, lasciando molte ellissi. Che se da un lato non aiutano a scalfire la superficie, dall'altro evitano ulteriori e ridondanti scivoloni.
 
Ma il Liga è sempre lui, lo sappiamo: ama gli spiegoni e le massime, la filosofia popolare e il buon senso di grana grossa. Perché chiedergli altro, visto che quel che vuole è solo - dichiaratamente - parlare di quel che conosce. E così eccoci di nuovo a Correggio, di nuovo sulle tracce di uno Stefano Accorsi rocker (mancato?) della Bassa, che ci accoglie in un prologo surreale con una mortadella di otto metri come protagonista! Cliché? Probabilmente. Però raccontati con una certa sincerità. Come in una delle sue migliori canzoni, anche se cinematograficamente non ineccepibile.
 
Se solo i colpi di scena non si intuissero al primo sguardo (complici anche gli spoiler contenuti nel poster), si riuscisse a prescindere dall'elegia emiliana di matti buoni, trasgressione e pompini, e la retorica campanilistica e neo-nazionalista non emergesse confusa nell'articolato finale, si potrebbe parlare di un'opera più completa e davvero riuscita. Non solo di una 'vacanza romana' come quella della coppia al centro della vicenda: quasi casuale, nata dal ruggir di uno spirto guerrier e foraggiata dalla speranza più che suffragata da effettivi validi motivi. E capace di convincere la 'testa' e non solo di toccare il 'cuore' dei più bendisposti o pronti ad accettare la premessa affettuosa - e l'invito - del regista.