E' solo la fine del mondo

TRAMA
_solo_la_fine_del_mondo.jpg

Dopo 12 anni di assenza, Louis (Gaspard Ulliel), uno scrittore, torna alla sua città natale e progetta di annunciare la sua imminente morte alla famiglia. Ma il risentimento prende presto il controllo del pomeriggio, riaprendo vecchie ferite e faide, mentre ogni slancio di empatia è sabotato dall'impossibilità delle persone di ascoltare e amare.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
Juste la fin du monde
GENERE
NAZIONE
Canada
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Lucky Red
DURATA
95 min.
USCITA CINEMA
07/10/2016
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2016
RECENSIONE
di Pierpaolo Festa (Nexta)

Che potenza il nuovo film di Xavier Dolan, atteso al varco a Cannes due anni dopo il trionfo di Mommy nel 2014. Quel film ha spinto la sua carriera sotto i principali riflettori internazionali. Arriva ora il momento di E' solo la fine del mondo, presentato in Concorso al Festival, un dramma familiare ipnotico la cui forza viene caricata nelle emozioni scolpite sui volti dei protagonisti. 
 
Il regista canadese procede nel senso inverso rispetto al suo ultimo film: se Mommy esplorava personaggi che cercavano il massimo dello spazio sullo schermo, allargandolo letteralmente con le loro mani, questo nuovo lavoro vede il regista restringere il campo visivo. Juste la fin du monde è tutto di primi piani. Tutto. Sono gli occhi di ciascuno dei protagonisti a contare veramente. Più di ogni altra cosa.  
 
La storia è quella di uno scrittore teatrale (Gaspard Ulliel) che torna a casa per ritrovare i suoi cari per un giorno: la madre (Nathalie Baye), la sorella minore Suzanne (Léa Seydoux), il fratello maggiore Antoine (Vincent Cassel) e la cognata Catherine (Marion Cotillard). Lui non si fa vedere da dodici anni e il vero scopo di questo pranzo in famiglia è annunciare loro che presto morirà. Nel momento in cui varca l'uscio di casa, tutti quegli anni di assenza vengono a galla scatenando emozioni estreme pari a una scarica di pugni violenti. 
 
Odio e amore, rabbia e gioia, perdono, rancore e qualche risata si susseguono nel giro di pochi secondi gestiti al massimo della credibilità. Ci mette poco lo spettatore a sbattere contro il vero protagonista di questa storia, l'incomunicabilità che regna tra i personaggi. E la loro solitudine. Il ventisettenne regista adatta la piece omonima di Jean-Luc Lagarce e assembla il cast perfetto, è un film di attori, tutti in stato di grazia mentre la forza visiva di Dolan fa la differenza e spinge il teatro filmato verso il grande cinema. Sin dall'inizio, in cui ci mostra cosa sia tornare a un mondo che non ti appartiene più, al finale in cui ormai il regista sa bene quale sia l'unica cosa da fare, alzare il volume di una bellissima canzone - Natural Blues di Moby - e passare in dissolvenza.
 
I primi piani che ottiene incollando la macchina da presa al volto dei suoi attori, quei loro occhi, sono questi i ricordi che rimangono fissi nella memoria dello spettatore una volta lasciata la sala. Dolan inizialmente cerca tracce di tenerezza nel dolore, ma allo stesso tempo carica emotivamente il suo film in attesa della tempesta del terzo atto, dove veniamo trascinati nel cuore di questa famiglia disfunzionale, un cuore anestetizzato da tempo che per tornare a battere ha bisogno di una scossa violenta. E' per questo che paradossalmente i personaggi elaborano il lutto prima ancora che il protagonista abbia consegnato il suo messaggio.