In guerra per amore

TRAMA
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1943. Mentre il mondo è nel pieno della seconda guerra mondiale, Arturo vive la sua travagliata storia d’amore con Flora. I due si amano, ma lei è la promessa sposa del figlio di un importante boss di New-York. Per poterla sposare, il nostro protagonista deve ottenere il sì del padre della sua amata che vive in un paesino siciliano. Arturo, che è un giovane squattrinato, ha un solo modo per raggiungere l’isola: arruolarsi nell’esercito americano che sta preparando lo sbarco in Sicilia, l’evento che cambierà per sempre la storia della Sicilia, dell’Italia e della Mafia.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
GENERE
NAZIONE
Italia
CAST
DISTRIBUZIONE
01 distribuzione
DURATA
99 min.
USCITA CINEMA
27/10/2016
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2016
RECENSIONE
di Alessia Laudati (Nexta)
 
Pierfrancesco Diliberto, per gli amici e il pubblico semplicemente Pif, è tornato al cinema. In guerra per amore è il suo secondo film da regista e diciamo subito che in esso non si trovano estremi elementi di rottura tali, rispetto a stili e temi trattati in La mafia uccide solo d’estate, da far subito pensare a un’innovazione dura e pura del suo cinema. In guerra per amore è una storia che ruota intorno al sentimento antimafioso e che ricostruisce la storia della mafia in un momento particolare, quello del suo rafforzamento in seguito allo sbarco degli Alleati in Sicilia, mescolando agli avvenimenti storici una narrazione personale di una tipica storia d’amore. Si amano Arturo (Pif) e Flora (Miriam Leone).
 
Ci sono quindi due piani: storico-cronologico e artistico-narrativo. Dal punto di vista dell’equilibrio tra i due contesti il film è sicuramente una buona prova. La narrazione cronologica è infatti accurata ma non eccessivamente fredda. Anzi In guerra per amore ritrova quel marchio favolistico e ironico che contraddistingue il lavoro di Pif fin dai tempi dell’esordio televisivo.

Come è qui presente un altro dei tratti distintivi dello stile del regista. Cioè l’umorismo che nasce dall’osservazione dello scontro tra culture, in questo caso quella siciliana e quella americana, una più tradizionale, l’altra più progressista, scatenato dall’elemento tipico del viaggio. Insomma, il buon caro Pif è tornato al cinema rimanendo in linea con i capisaldi del proprio senso artistico e intellettuale, non dimenticando l’impegno politico e civile, e contemporaneamente alzando la posta in gioco per dedicarsi a un contesto più ampio de La mafia uccide solo d’estate.
 
É un buon segno, forse dettato anche del fatto che ormai ha raggiunto una maturità artistica tale da poter fare arte con una certa riconoscibilità e senza per questo annoiare il suo pubblico. Detto questo, cosa piace di più del film e cosa meno? Convince la scelta del regista di contornarsi di attori bravissimi e meno noti, che con lui sono protagonisti di una serie di sketch semplici ma efficaci e la decisione di rivelare una storia che fa parte della memoria del paese ma praticamente rimasta fino a oggi quasi anonima.
 
Dall’altro lato è proprio il Pif personaggio a risultare un pò meno credibile del solito. Quell’aria innocente e infantile, certo molto divertente, che guarda alle cose del mondo anche quelle più terribili con un disincanto e un'innocenza puerile, è il rischio più grande dell’intero film. Non perché non piaccia, ma perché il pubblico già la conosce e questo rischia perciò di intrappolare l’attore e regista in un cliché alla fine controproducente per lo sviluppo del proprio senso artistico. Tuttavia bisognerà aspettare ancora perché i tempi e la futura cinematografia di Pif ce lo dicano con più chiarezza.