Aspettando il re

TRAMA
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Alan Clay è un uomo d’affari in crisi che per rimettersi in pista vola in Arabia Saudita nel tentativo di concludere con il Re l'affare del secolo. Inizialmente disorientato da usanze locali incomprensibili ed estenuato dall’attesa del Re che tarda a riceverlo, Alan cerca di portare avanti il suo progetto con l’aiuto di un bizzarro tassista e di una bravissima dottoressa di cui si innamora. Mano a mano che l'amicizia tra i tre si rafforza, le barriere culturali crollano e Alan comincia perfino a immaginare di ricominciare tutto da capo lì, dove tradizione e modernità si fondano in modo misterioso e affascinante.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
A Hologram for the King
GENERE
NAZIONE
Germania
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Lucky Red
DURATA
98 min.
USCITA CINEMA
15/06/2017
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2016
RECENSIONE
di Mattia Pasquini

L'omonimo romanzo di Dave Eggers (Promised Land, American Life) è il presupposto di una inattesa collaborazione, oltre che con lo sceneggiatore di Nel paese delle creature selvagge, tra il tedesco Tom Tykwer e il due volte Premio Oscar Tom Hanks. È lui il protagonista di Aspettando il re, sorta di Aspettando Godot saudita nel quale assistiamo alla messa in scena di debolezze e crisi del cinquantenne professionista.

Tutto ruota intorno a lui, e pochi altri attori a parte Tom Hanks avrebbero potuto sorreggere l'intero carico di un film nel quale la scrittura risulta più condizionata dal sottotesto che mirata allo sviluppo di un corpo unico ed equilibrato. Per quanto colorata da dettagli surreali alla Tykwer (come l'incipit onirico e colorato, la delirante festa danese e il guardiano perennemente in cerca di refrigerio) la frammentaria avventura del povero Alan Clay - anche nel ritmo - accumula situazioni e frustrazioni che rischiano di confondere lo spettatore.

Non un vero crescendo, quello cui si assiste, ma la conoscenza graduale del divorziato professionista inviato in Arabia Saudita per proporre al Re la presentazione di un sistema di connessione e comunicazione olografica permette di arricchire l'immagine superficiale di un Lost in Translation troppo confuso. L'ennesimo uomo comune interpretato dal californiano ha paura per il suo futuro, si sente in colpa nei confronti della figlia, ha paura di non avere il tempo per aggiustare le propria vita e il suo rapporto con lei, ma soprattutto ha paura di morire. Per uno strano rigonfiamento sulla colonna vertebrale.

La lunga attesa per gli incaricati del Re, per risposte che non arrivano o per una svolta - in negativo o in positivo - che lo liberi dalla responsabilità di agire e scegliere vengono, come spesso accade nella vita (questo il leit motiv alla base della storia), con l'essere vanificate dalla vita stessa. E così gli errori commessi piano lasciano spazio per nuove speranze, anche vane o mal indirizzate, ma capaci di dimostrare al nostro Lawrence d'Arabia, pesce fuor d'acqua completamente a disagio nel deserto, che un'altra vi(t)a è possibile.

Dall'inferno si esce, la forza vitale va ricercata in noi, o nelle persone giuste ci ripete - anche troppo, e non sempre in maniera chiara - Tykwer. Che ha il merito di regalare ai fan della sua generazione l'inaspettata citazione della Electric Light Orchestra, ma che - Hanks, o non Hanks - scivola nella retorica nelle sue frecciatine al mercato globale e all'espansione cinese, e quando tenta di educare le masse alla tolleranza e alla comprensione (mai troppe, queste sì) del mondo musulmano, rappresentato nelle sue facce più sfarzose o misere, sottolineando - nella porzione che dalla incredibile visita alla Mecca ci porta a sfiorare ben altri problemi politici - come per superare il cosiddetto "scontro di culture" sia spesso sufficiente superare la sottilissima linea che ci divide come individui