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Con questa nuova pellicola Almodòvar ritorna al terreno a lui più congeniale, dirigendo magnificamente un cast pressoché tutto al femminile; corale nella sua natura e nello svolgimento

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Con questa nuova pellicola Almodòvar ritorna al terreno a lui più congeniale, dirigendo magnificamente un cast pressoché tutto al femminile; corale nella sua natura e nello svolgimento

Un paesino scosso da un vento infernale, che provoca incendi e soprattutto pazzia nelle persone. Fantasmi che tornano dal passato per portare a termine ciò che in vita hanno lasciato incompiuto.



Tre generazioni di donne accomunate dalla determinazione e da un orribile segreto. Narrata nella sua essenza, la storia di “Volver” sembrerebbe appartenere all’incommensurabile talento narrativo dello scrittore di “Cent’anni di solitudine”; ed invece ci troviamo qui a raccontare del nuovo capolavoro di Pedro Almodòvar, che a nostro avviso si candida di buon diritto alla Palma d’Oro. Ricordiamo che nel 1999 il cineasta madrileno aveva già sfiorato il trionfo finale, accontentandosi poi del premio per la miglior regia per “Tutto su mia madre” (Todo Sobre mi Madre, 1999).



Con questa nuova  pellicola Almodòvar ritorna al terreno a lui più congeniale, dirigendo magnificamente un cast pressoché tutto al femminile; corale nella sua natura e nello svolgimento, il film è quasi paradossalmente incentrato sulla toccante protagonista Raimunda, interpretata da una Penélope Cruz al meglio delle proprie capacità attoriali: l’attrice risulta infatti fragile, carismatica e commovente come raramente le era capitato in  precedenza. Accanto a lei la ritrovata Carmen Maura ed un gruppo si attrici affiatatissime, tutte a loro modo partecipi dell’anima dolorosa e poetica di questo film.



Ma torniamo ad Almodòvar: abbandonate alcune evidenti stilizzazioni registiche presenti in “Parla con lei” (Habla con ella, 2002) e soprattutto nello squilibrato “La Mala Educaciòn” (id., 2004), il regista torna ad adeguare la sua grande sapienza visiva ai contenuti della sceneggiatura, creando un rapporto immagine/parola di enorme intensità emotiva: impossibile scegliere un momento più partecipe di altri, tante sono le scene  di “Volver” che rimangono scolpite nella memoria. Giocando sempre con alternanza di toni melodrammatici ad altri più esplicitamente leggeri, e mescolando soprattutto i paini del reale e del soprannaturale – tutto realizzato con perfetta adesione alla sua idea di “realismo poetico” - Almodòvar riesce ad immergerci in un universo densissimo, in cui si muovono personaggi tra i più sfaccettati ed umani da lui creati. Fluente come una ballata, ed insieme sanguigno e pulsante, “Volver” trascina lo spettatore in un vortice di emozioni preciso ed inappellabile: si ride, ci si commuove, insomma si partecipa insieme alle varie figure in scena. Cosa si può chiedere di più ad una pellicola?



Tornato ad un tipo di cinema maggiormente narrativo, capace però di abbinare con rara efficacia testo e messa in scena, Pedro Almodòvar ha forse sfornato il suo capolavoro: anche grazie ad un gruppo di interpreti da applauso, “Volver” può sicuramente già essere inserito tra le pellicole più importanti e riuscite di questo festival.


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