Philippe Garrell firma uninguardabile opera con Monica Bellucci e il figlio Louis in cui non si salvano nemmeno gli animali di scena
Venezia 68, recensione di Un Été Brűlant con Monica Bellucci
Un Été Brűlant - La recensione da Venezia 68
Philippe Garrell firma un’inguardabile opera con Monica Bellucci e il figlio Louis in cui non si salvano nemmeno gli animali di scena
Dopo il Leone d’Argento per “Les amants réguliers” nel 2005, Philippe Garrel torna in concorso a Venezia ancora una volta assieme al figlio attore, Louis. La scelta non potrebbe essere piů sbagliata: una kermesse cinematografica puň essere un’ottima vetrina per creare il passaparola, con cui i piccoli film senza grossi budget posso sperare di basare la propria fortuna, ma allo stesso tempo, quando si tratta di qualcosa di inguardabile, č impossibile frenare il flusso di commenti negativi. E qui parliamo di una pellicola particolarmente brutta, uno di quei casi in cui, sceneggiatura, montaggio, regia ed interpretazioni riescono tutti a rimanere ad un cosě basso livello che dopo 10 minuti di proiezione si attendono i restanti 85 come un supplizio. Dal nudo della Bellucci ad inizio pellicola, un fotogramma senza alcun significato concettuale o estetico, passando per la pretestuosa polemicitŕ di alcune scene (vince per inutilitŕ quella della retata ai ragazzi neri sotto il cavalcavia con tanto di battuta senza alcun fondamento logico: “Sarkozy č una merda”), “Un Été Brűlant” č un collage di luoghi comuni e fili narrativi lasciati a metŕ di cui comunque nessuno avrebbe intenzione di sapere come andrebbero a finire.
Garrel gira con un solo ciak le proprie scene, e si vede. A pagarne dazio č prima di tutto la Bellucci, per niente salvaguardata dal suo regista dal risultare spesso involontariamente comica, ma anche Jérôme Robart, con quel suo sorrisino tatuato sul volto qualsiasi cosa accada, dal tentato suicidio dell'amico alla gravidanza della moglie. Non si puň girare quattro minuti di ballo per far capire che c’č intesa tra un uomo e una donna, né mettere due donne tutte in tiro a camminare di notte sui marciapiedi del Foro Romano senza che sembrino due lucciole. Il tema della religiositŕ č buttato lě come lo si potrebbe trovare in un finto trailer di Maccio Capatonda, mentre il topo che quando viene scoperto si ferma e si guarda intorno come farebbe Titti quando emette il suo classico “Mi č semblato di vedele un gatto”, provoca piů risate che empatia con il successivo scoppio di pianto del personaggio della Bellucci.
Sul tema della “rivoluzione di classe” e di come salti dentro al film a fasi alterne, senza alcun filo logico, non c’č bisogno di dire molto, giusto che sembra arrivare fuori tempo massimo, tanto da far apparire un film vecchio ancora prima di essere filmato, mentre il nonno che appare all’ospedale per due minuti di dialogo in cui dice e contraddice di tutto č giusto l’ultimo personaggio trash in ordine cronologico a comparire in questo pastrocchio. Peccato, forse dato il regista e il cast, qualcosa di buono poteva pure uscirne.
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