Jet Li combatte i demoni e il green screen in questo pacchiano blockbuster che vorrebbe mischiare le fiabe Disney e il cinema delle arti marziali
Venezia 68, recensione di The Sorcerer and the White Snake con Jet Li
The Sorcerer and the White Snake – La recensione
Jet Li combatte i demoni e il green screen in questo pacchiano blockbuster che vorrebbe mischiare le fiabe Disney e il cinema delle arti marziali
In base a questo principio, dispiace dire che “The Sorcerer and the White Snake”, sorta di wuxia tratto da una fiaba tradizionale cinese e diretto con grande dispendio di green screen da Ching Siu-Tung (“Storie di fantasmi cinesi”), è un bel pasticciaccio. In cui, per altro, la superstar Jet Li ci fa anche una figura poco lusinghiera. La sua grande abilità di artista marziale è soffocata da una storia che richiede scontri stracolmi di brutta CGI, che sembra quella che a Hollywood usano per la pre-visualizzazione di un film. Il risultato è che chiunque, vista l'artificiosità spinta della pellicola, avrebbe potuto apparire come un esperto di kung fu senza bisogno di scomodare Li. Il suo personaggio, poi, è un monaco buddista ottuso che vorrebbe tenere separati i due amanti del film, un semplice erborista e una demone serpente sotto forma di donna, solo perché “bisogna farlo”, non gli viene data una vera motivazione al di là del solito ordine del cosmo eccetera eccetera. Ma questa è una scelta voluta, come vedremo più avanti.
Parlando invece della messa in scena, c'è da dire che la regia è piuttosto ordinata e serve meglio le caotiche scene d'azione rispetto ai film americani. Niente telecamera a mano o montaggio alla Michael Bay, dunque. Ma poi entra la CGI e rovina tutto, fra creature involontariamente comiche – l'effetto delle donne serpenti è indifendibile, come i tre animaletti loro amici, un coniglio, un topolino e una tartaruga, che sembrano usciti da un film a cartoni della Disney – e un guazzabuglio di inondazioni, rocce volanti e uomini pipistrello. C'è anche un altissimo tasso di zucchero e melodramma, una caratteristica tipicamente cinese che però qui risulta molesta per via di una trama ben poco interessante.
Di buono c'è la volontà di mescolare le carte: i demoni non nascono per forza cattivi, mentre i buoni a volte sono guidati da una visione limitata che li rende soggetti a errori grossolani. La battaglia finale è tronfia e pacchiana, ma almeno per una volta non ci sono due schieramenti delineati, anche se si tende a tifare per la demonessa. Ma non è abbastanza per tollerare cento minuti al buio della sala.
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