Steve McQueen, regista di Hunger, torna con unopera seconda che non delude, anzi e il film migliore visto finora alla Mostra
Venezia 68, la recensione di Shame di Steve McQueen
Shame – La recensione da Venezia 68
Steve McQueen, regista di “Hunger”, torna con un’opera seconda che non delude, anzi è il film migliore visto finora alla Mostra
Il protagonista di “Shame” è Brandon, giovane professionista che vive a New York. Brandon ha successo nel lavoro, possiede un appartamento di lusso e ha fascino da vendere con le donne, ma ha un problema che si sta facendo sempre più assillante: è dipendente dal sesso. Finora è sempre riuscito a tenere la cosa confinata tra le mura domestiche, ma l’arrivo della sorella minore (Carey Mulligan), problematica quasi quanto lui, darà il via a una catena di eventi che lo costringeranno a fare i conti con se stesso.
Nella città che non dorme mai, dove il piacere sessuale è a portata di mano e dove un uomo single può intrattenersi in tutti i modi che preferisce, Brandon non ha limiti e dunque il suo problema non riesce a trovare risoluzione. McQueen comprende quanto una completa redenzione sia fuori luogo – stiamo parlando di questioni vere, non dell’arco di maturazione di un qualsiasi eroe hollywoodiano – e preferisce lasciare molto in sospeso, tante faccende insolute, concentrandosi non sull’ampio respiro ma sulle vite dei suoi personaggi, due anime perdute che cercano di riconnettersi e rimettere assieme i pezzi. Ce la faranno? Non è dato saperlo, ma almeno ci stanno provando.
Come in “Hunger”, McQueen si affida a una messa in scena di pochi dialoghi, lunghi ciak e un uso intelligente delle ellissi narrative e dei flashback. Ne risulta un film l’incedere lento, fortemente visivo, che spiega poco e racconta tanto con le immagini, con i volti, la fisicità degli attori. Che per il loro regista non esitano a spogliarsi totalmente, non solo dal punto di vista fisico ma anche emotivo. Fassbender è eccezionale, un fascio di nervi e sensazioni che in ogni momento sono sul punto di esplodere. Carey Mulligan sembra non sbagliare un colpo e, alla vigilia della sua promozione a star di serie A, torna con un film che sicuramente ha scelto più per la sfida professionale che non per il potenziale al box office.
“Shame” è un film potente, raccontato con grande asciuttezza e maestria e capace davvero di fare leva sui sentimenti più basilari dell’uomo. Non a caso il titolo, che dopo “Hunger” sembra continuare una sorta di studio sugli istinti primordiali dell’uomo. Ma McQueen ha anche il coraggio di non lasciarsi andare alle lacrime facili – nonostante un momento molto commovente verso il finale – e preferisce lasciare aperto uno spiraglio, la speranza di poter ricostruire un senso. A volte, è tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
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- SHAME |
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- VENEZIA 68
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