Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives
La Palma d’oro di Cannes 2010: un film difficile che in pochi potranno apprezzare.
C’è sicuramente lo zampino di Tim Burton, presidente della giuria quest’anno alla Croisette, dietro alla vittoria di “Uncle Boonmee Who Can recall His Past Lives” del thailandese Apichatpong Weerasethakul. Difficile che un film così lontano dal gusto generale di qualsiasi tipo di pubblico, possa aver convinto tutta la giuria. Più logico pensare che i tanti elementi fantastici riletti in chiave malinconica presenti all’interno della pellicola, possano aver richiamato fortemente alla memoria del regista americano i suoi primi, poetici lavori. “Uncle Boonmee Who Can recall His Past Lives” è il classico film che, se un critico lo consigliasse senza fare prendere precauzioni, rischierebbe di ritrovarsi uno spettatore inferocito sotto casa (sempre che si sia ancora ripreso). E ci fermiamo qui, perché si parla di un lungometraggio che comunque può avere il merito, per chi ne soffre, di dare un buon contributo alla lotta all’insonnia.
E’ vero che ci sono uomini scimmia, fantasmi, principesse mostruose e pesci parlanti, ma tutti questi personaggi sono inseriti in un contesto paralizzante per staticità narrativa e antilinearità. Camere fisse, dialoghi monotono, tante osservazioni sulla natura. La base su cui si poggia il tutto è l’idea della reincarnazione, il fatto che non si muoia mai davvero, ma si rinasca continuamente sotto nuove forme, non per forza umane, ma anche bestiali e vegetali. In conferenza stampa Apichatpong ha persino affermato che il nostro protagonista in alcune sequenze possa essere non il personaggio parlante, bensì una delle foglie del ramo sullo sfondo.
Ma non si tratta solo di buddhismo. Su questa storia tratta da un libro degli anni ’80, il cineasta tailandese ci inserisce anche i suoi ricordi sia cinematografici (da qui gli scimmioni che fanno tanto “horror thailandesi anni ‘80”) che personali (come il padre malato di fegato, di cui sono replicati tutti gli attrezzi per la cura).
Il risultato è il pieno spiazzamento di uno spettatore che si troverà di fronte, più che ad una proiezione, ad un’esperienza mistica. Servirebbe qualcuno che lo attende all’uscita per spiegargli i significati nascosti dietro ad ogni situazione ed immagine. Oltretutto c’è da sapere che il lungometraggio è solo una delle parti di un progetto più ampio sullo stesso Uncle Boonmee, e consta di due cortometraggi (“A Letter to Uncle Boonmee” e “Phantoms of Nabua”) e di un’installazione d’arte creata ad hoc. Insomma, si tratta di un’opera ambiziosa. Decidere di proiettarlo nelle proprie sale, sarebbe davvero un bell’atto di coraggio. Forse più dello stesso film. E in Italia sarà proprio la Bim a distribuirlo entro l'anno.
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