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Serviva davvero il sequel di un film di quasi trent’anni fa? A giudicare dal risultato confuso di Tron Legacy probabilmente no…

Tron Legacy – La nostra recensione

Serviva davvero il sequel di un film di quasi trent’anni fa? A giudicare dal risultato confuso di Tron Legacy probabilmente no…

Quale è la strategia di marketing che spinge la Disney a realizzare, a ventotto anni di distanza, il seguito di un lungometraggio che all’epoca non ebbe particolare appoggio presso la critica e (cosa più importante) non riscosse neppure un gigantesco successo al  botteghino? Che il primo "Tron" sia oggetto di culto presso una piccola ma comunque presente cerchia di affezionati del design e del gusto estetico degli anni Ottanta magari è anche plausibile, ma da qui a decidere di realizzarne un secondo capitolo dal budget che a quanto pare supera i duecento milioni di dollari, questa scelta appare abbastanza rischiosa. Visto poi l’esito del film, oseremmo affermare addirittura avventata.

Jeff Bridges ringiovanito in Tron Legacy

La sensazione costante ed esplicita che si avverte vedendo “Tron Legacy” è quella di confusione, sotto molteplici punti di vista: il regista esordiente Joseph Kosinski dopo aver organizzato un incipit abbastanza interessante, con una prima sequenza d’azione nel mondo virtuale molto coinvolgente, perde il senso del ritmo inserendo nel lungometraggio tutta una serie di rallentamenti inopportuni, dovuti soprattutto al confronto padre/figlio e ad una strana, incomprensibile patina filosofico-new age che pervade la narrazione affossandone la fluidità. Il regista poi inserisce una serie di citazioni che svariano a trecentosessanta gradi senza però essere realmente necessarie alla trama, ma servono soltanto per solleticare il gusto cinefilo e/o geek del pubblico: si va (ovviamente…) da “2001:Odissea nello spazio” a “Guerre stellari”, da “Avatar” a “Il Signore degli Anelli”, passando addirittura per anime storici come “Goldrake” o “Interstella 777”. Insomma, “Tron Legacy” nella sua confezione patinata alla fine appare più come un videogioco magari anche scintillante, ma decisamente poco equilibrato secondo quelle che dovrebbero essere le strutture portanti di un lungometraggio, cosa che ormai purtroppo accade sempre più spesso al cinema mainstream hollywoodiano.

Jeff Bridges e Olivia Wilde

Altra sorpresa negativa del film è il cast di attori quasi completamente monocorde: l'unica a salvarsi, ma soltanto parzialmente, è Olivia Wilde in virtù di doti estetiche che le garantiscono una certa presenza scenica. Garrett Hedlund è invece poco incisivo sia nel carisma che nelle effettive capacità d’attore. A deludere pesantemente concorre anche il “grande vecchio” Jeff Bridges, protagonista già del primo capitolo: in questo sequel con il suo costume da Jedi e la sua calma zen che ostenta fastidiosamente per tutta la storia riesce a regalarci una delle prove più stucchevoli della sua comunque gloriosa carriera. Ma Bridges ha davvero bisogno di infilarsi in produzioni totalmente commerciali come “Iron Man” o come questa? Ma il peggiore degli interpreti in assoluto risulta Michael Sheen, che vestito e truccato in maniera a dir poco inappropriata scimmiotta il David Bowie più glam nell’unica scena d’azione che gli viene concessa, e regala agli spettatori momenti di comicità all’apparenza tutt’altro che volontaria.

I Daft Punk in Tron Legacy

Un’ultima considerazione va poi spesa anche per le musiche dei Daft Punk: quando compongono per “Tron Legacy” la loro musica più congeniale, invece di andare dietro alle influenze esplicite dell’ultimo Hans Zimmer (quello di “Inception” tanto per intenderci) oppure di James Newton Howard, allora la colonna sonora diventa supporto a momenti davvero vibranti dell’immagine.   

"Tron Legacy" è distribuito nei cinema dalla Walt Disney Pictures


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