Vincent Gallo scrive, dirige, monta, musica e interpreta un presuntuoso film d'autore che, al di la della confezione curata, nasconde freddezza intellettuale e latitanza d'idee.

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Festival di Venezia 2010 - Film

Vincent Gallo scrive, dirige, monta, musica e interpreta un presuntuoso film d'autore che, al di là della confezione curata, nasconde freddezza intellettuale e latitanza d'idee.

Promises Written in Water - La nostra recensione

Vincent Gallo scrive, dirige, monta, musica e interpreta un presuntuoso film d'autore che, al di là della confezione curata, nasconde freddezza intellettuale e latitanza d'idee.

Vincent Gallo sarà pure in concorso con “Essential Killing”, ma non si accontenta: ieri è stata la volta del secondo lungometraggio presentato dall'attore/regista al Festival (che accoglie anche il suo corto “The Agent”), “Promises Written in Water”. Un film scritto, diretto, montato, musicato e interpretato da Gallo, che sceglie un cast ridottissimo (oltre a lui Delfine Bafort e Sage Stallone in una parte minuscola) e uno stile fatto di fotografia in bianco e nero, lunghi silenzi e dialoghi tra il criptico e il meta-cinematografico: insomma dà la sua personale rilettura della nouvelle vague.

Peccato che alla fine “Promises” risulti un polpettone presuntuoso e pretenzioso: al di là di una confezione inconfondibilmente “d'autore”, si nasconde un gelo intellettuale e un vuoto pneumatico di idee che mette seriamente in dubbio l'onestà di Gallo. Il regista sembra più interessato a colpire il pubblico indie, sta tutto il tempo su primi piani – spesso dedicati a sé stesso, con effetto narcisistico che sfiora il ridicolo involontario – e vuole scioccare proponendo addirittura il particolare di una vagina a tutto schermo. Nel resto del film si aggirano tocchi di necrofilia (l'inutile scena in cui il suo personaggio, un impresario di pompe funebri, fotografa il cadavere nudo di una ragazza), pulsioni sessuali represse e soprattutto una noia che attanaglia lo spettatore in più di un'occasione, favorendo, anziché l'apprezzamento per una così spiccata natura sperimentale dell'autore, il bisogno di chiudere gli occhi per farsi un sonnellino.

Gallo sembra non capire che, se negli anni Sessanta uno stile come quello da lui sfoggiato aveva il suo senso, perché andava a minare una sicurezza borghese e una prassi polverosa e ormai consolidata nel cinema francese e internazionale, nel 2010 un film così non ha molto da dire e finisce per essere uno sterile esercizio di stile. Dopo un'ora e un quarto, viene davvero da chiedersi cosa Gallo abbia voluto dire con questo racconto tra lo squallido e il perverso. A sua difesa, va almeno detto che riesce a convogliare una provincia americana realmente disgustosa e triste. Ma a che pro?


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