E' il regista su cui si regge il cinema iraniano contemporaneo insieme ad Abbas Kiarostami.
Mohsen Makhmalbaf
E' il regista su cui si regge il cinema iraniano contemporaneo insieme ad Abbas Kiarostami.
Questa citazione del regista iraniano ha il sapore un po’ estremo e chiarificatorio tipico di un filosofo o anche di un politico, due anime che a volte combaciano nella filmografia dell’autore del recente Viaggio a Kandahar.
Mohsen Makhmalbaf è uno dei due nuclei su cui si regge il cinema iraniano contemporaneo insieme ad Abbas Kiarostami. Attorno a loro che ne rappresentano il lustro, tuttavia, ruotano una miriade di abili cineasti abituati a stupire le rassegne festivaliere, non ultima la figlia stessa di Makhmalbaf, Samira, che del padre ha portato sullo schermo le sceneggiature di La Mela e Lavagne.
Definito un umanista misantropo, Mohsen ha avuto in gioventù un rapporto ostico con la settima arte perché legato alle idee integraliste della sua cultura finquando, dopo aver passato cinque anni in prigione, inizia a smussare il proprio punto di vista in romanzi e alcune tesi sul teatro islamico. E nel 1982 approda al cinema di cui intuisce la capacità di impatto ma soprattutto sperimenta sulla sua pelle la censura iraniana che bandisce i suoi film e ne impedisce l’esportazione.
Il gioco dell’allegoria con il quale realizza un’acuta critica sociale del suo paese e descrive le vicissitudini degli oppressi non scaturisce mai da una prospettiva umanista ma sempre da un moralismo feroce e caustico proveniente dalle sue radici innaffiate dall’isterico integralismo islamico.
L’Iran non accetta di buon grado le sue posizioni pacifiste sul conflitto con L’Iraq né tantomeno le sue idee elastiche sull’adulterio espresse ne I giorni dell’amore (1991) un film strutturato su tre episodi con finali differenti e in cui gli attori si scambiano da un episodio all’altro il ruolo di amante e marito, riducendo la responsabilità morale della vittima e del trasgressore ad una serie di circostanze.
Con la maturità il suo moralismo si stempera, il suo estremismo diventa più digeribile senza per questo perdere il legame con la realtà sociale, l’argomento che più lo interessa. Il silenzio (1998) è un ritratto raffinato e impietoso della quotidianità, osservata con il pretesto del viaggio di un bambino cieco mentre con Saalam Cinema (1995) espone con sovversiva malizia il lato masochistico della sua professione; l’illusione si fonde con la realtà e con i tratti della sua tormentata biografia come anche nel successivo Pane e fiore, l’allucinante riscostruzione degli avvenimenti che lo portarono alla prigionia quando aveva solo diciassette anni. In un’ideale retrospettiva di Makhmalbaf non potrebbe mancare Close-up, che sebbene sia stato diretto da Kiarostami, documenta in maniera tragicomica la popolarità di Mohsen nel suo paese, attraverso la storia di un uomo che si insinua nei salotti benestanti spacciandosi appunto per Makhmalbaf. Quello fu il film che ne divulgò l’identità e il talento anche qui in occidente dove Kiarostami era invece già conosciuto. Con la sua ultima fatica, Viaggio a Kandahar Makhmalbaf ripropone la sua vena tragicomica, l’alchimia surreale con cui stana le contraddizioni degli universi che sceglie di documentare.
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