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Film

Un film sul problema della droga che ha il pregio di non prendere posizione politica.

“Traffic”

“Traffic”

La principale volontà di “Traffic” è quella di non prendere posizione rispetto al problema della droga, politicamente parlando. La spinta propulsiva del regista è fornire un’istantanea del momento in modo più didascalico possibile. Niente prediche, niente giudizi, niente prove o suggerimenti su come si dovrebbe fare in America per sconfiggere i traffici di sostanze illegali. Un modo di rendere il più fedelmente possibile l’immagine più realistica della droga, quella di “un elefante nel salotto di ogni americano” come dice il regista Ciò vuol dire che tutti, soprattutto i giornalisti, sanno tutto: prezzi, provenienze, giri, e soprattutto sono corroborati dall’atteggiamento accondiscendente delle forze governative, per cui è molto più “popolare” investire soldi in aiuti militari alla Colombia che annunciare l’apertura di centri per combattere la tossicodipendenza. Un’anarchia controllata domina il film, che è la stessa che anima i traffici di stupefacenti, in questo caso, dal Messico agli Stati Uniti. Nelle due ore e venti di visione c'è tutto, una stupefacente quantità di informazione di tipo giornalistico, e infatti Tim Golden, reporter del New York Times vincitore di un premio Pulitzer per i suoi articoli di approfondimento sul narcotraffico in Messico, ha fatto da consulente nella stesura della sceneggiatura, curata da Stephen Gaghan. Il controllo della storia è affidato intelligentemente ad un tratto visivo, curato nella fotografia dallo stesso regista sotto lo pseudonimo di Peter Andrews. Le storie che si intrecciano, ma non s’incontrano mai, hanno dei look diversi, si passa dalla regia “sporca” delle azioni in Messico, con uso prevalente di macchina a mano e desaturazione digitale dell’immagine, per cui si ha un colore come quello di un sabbioso deserto dai contorni sgranati, ai freddi blu di Washington, alle atmosfere ricche e hollywoodiane di La Jolla, nella villa degli Ayala. Tratto da una serie tv della fine degli anni ottanta “Traffik”, questo decimo film dell’eclettico Steven Soderbergh, passato con disinvoltura dall’indi-film per eccellenza “Sesso, bugie e videotape” alla fiaba moralista di Erin Brockovich, si è aggiudicato ben 5 nomination agli Oscar , tra cui migliore regia, miglior film, migliore attore non protagonista, Benicio Del Toro, su cui apriamo una degna parentesi. La prima è sul non-protagonista, perché l’impressione è che Douglas- Del Toro siano più due co-protagonisti e, al limite, due alter ego seppure agli antipodi. La seconda è che Del Toro è davvero grandioso nei suoi famosi “silenzi” pieni di significato: l’attore è noto per farsi tagliare le battute in un mondo dove la lotta a chi dice più parole è serrata; lo aveva fatto ne “I soliti sospetti” e lo ha rifatto in “Traffic”, prediligendo sempre l’azione, lo sguardo, l’importanza del tempo, la cadenza di una mossa, in luogo di tante parole, stile personale che gli ha reso appieno il giusto merito. Graditissimo il “recupero” di Thomas Milian, nei panni del generale Salazar.
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