Sundance Festival
Si chiude con una sorpresa il festival off più famoso del mondo: il premio del pubblico a "L'ultimo bacio".
Sundance Festival
Sundance Festival
Un piacevole fulmine a ciel sereno, o la conferma dell’indebolimento della carica eversiva del festival del cinema indipendente più famoso del mondo? Un riconoscimento che comunque testimonia di una convergenza tra i gusti di un target specifico di pubblico che si riconosce in un cinema un po’ moralistico, malinconico ma gravido di spiragli.
La kermesse diretta da Robert Redford ha strizzato l’occhio anche quest’anno ai film di interesse sociale, ai personaggi dimessi e vittime di traumi che lottano per riconquistare se stessi, spesso narrati in chiave minimalista e con un linguaggio estetico direttamente figlio della politica low-budget dei giovani cineasti indipendenti.
Tre donne sono le protagoniste dell’opera vincitrice del premio della giuria, “Personal Velocity” di Rebecca Miller; tre vite che si intrecciano e condividono patemi simultanei con un filo conduttore analogo: l’analisi degli eventi e degli errori che ne hanno condizionato i rapporti sentimentali, all’inseguimento di una consapevolezza che restituisca un senso alla loro esistenza presente.
Più doloroso e originale appare il nucleo attorno a cui ruota “Daughter from Danang”, a cui va il riconoscimento come miglior documentario (ricordiamo la rigorosa suddivisione della competizione ‘sundanciana’ tra fiction e documentario): nel 1975 con la guerra del Vietnam agli sgoccioli migliaia di orfani e bambini nati da relazioni americano-asiatiche furono trasferiti negli States nell’ambito dell’operazione “babylift”. Il film racconta la storia di una di loro, Heidi, e della sua madre vietnamita, separate alla fine del conflitto e riunite solo 22 anni dopo quando ormai la relazione con i genitori adottivi, incaricati di sopprimere il background vietnamita della fanciulla e favorirne una totale americanizzazione, è andata deteriorandosi. Il disagio di Heidi si abbina a quello della madre, costretta a violare la sua intimità sessuale con un soldato americano per garantire il supporto a se stessa e ai suoi figli durante gli anni bui della sporca guerra.
Ricompensato dal pubblico è stata anche lo scoppiettante universo chicano di “Real Women Have Curves” uno sguardo umoristico sulla quotidianità di una teenager dal sangue meticcio che cresce in un bollente calderone di aspettative culturali, costrizioni classiste, doveri familiari e personali aspirazioni artistiche.
Insomma il Sundance Film Festival sembra aver riconfermato anche in questa edizione il suo marchio di rassegna politicamente corretta, impegnata ad esprimere pur in una somiglianza di espressioni linguistiche, il panorama eterogeneo della società americana che trova poco spazio nel mondo dei blockbuster. Piccole comunità, stralci di problematiche partorite nelle sperdute provincie che rispecchiano una mentalità e un andamento che contamina tutta la nazione. Non per niente il documentario di apertura è stato “The Laramie Project” che oltre a vantare nel cast personaggi come Christina Ricci e Steve Buscemi, cioè due rappresentanti emblematici della linfa vitale del cinema off, si segnala come ulteriore tentativo di smascheramento dei dissapori e dei pregiudizi nascosti tra le pieghe di una serenità artefatta. Con oltre 200 interviste ufficiali e non, rispecchia un preoccupante sentimento di omofobia a partire dall’omicidio di un ragazzo gay avvenuto nella cittadina del Wyoming. La cronaca si mescola all’inchiesta nel tentativo di estrarre la verità dai dettagli ed estenderne l’essenza accusatoria oltre i confini dell’America.
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