Film.it intervista John Patrick Shanley, regista e sceneggiatore de “Il dubbio”, pellicola in arrivo sul grande schermo basata sull’omonima pièce teatrale vincitrice del premio Pulitzer.
Un tè col regista del dubbio
Film.it intervista John Patrick Shanley, regista e sceneggiatore de “Il dubbio”, pellicola in arrivo sul grande schermo basata sull’omonima pièce teatrale vincitrice del premio Pulitzer.
Erano quasi vent’anni che Shanley non dirigeva un film per il grande schermo: "Ho lavorato comunque tanto per il cinema - racconta - Tutte le volte che ho voluto fare qualcosa, c’era sempre spazio nel cinema. Sono una persona molto fortunata. Il mio problema nella vita, però, è sempre stato il non sapere cosa volevo fare. È per tantissimo tempo non c’è stato un qualcosa dell’industria del cinema che avrebbe potuto soddisfare le mie richieste. Così è la vita. Mi sono dedicato al teatro e ho comunque continuato a scrivere qualche sceneggiatura. Ho adattato “Alive – I sopravvissuti”, film che poi è stato diretto da Frank Marshall. È stata una bellissima esperienza”.
Classe 1950, il regista è tornato nel suo quartiere nativo per girare questo suo nuovo dramma: “Sono tornato nel Bronx, proprio dove sono nato. Lì ho girato gli esterni del collegio, lo stesso che io ho frequentato. La strada dove il tizio suona quello strumento a corda è la stessa strada in cui sono cresciuto. I tetti in cui volano le piume sono proprio quelli in cui io giocavo. Perfino la zona dove la Signora Miller e Sorella Aloysius hanno la loro conversazione è quella che io e i miei amici frequentavamo. Ho dunque tentato di essere il più fedele possibile sul mio quartiere. Un approccio estremamente specifico”.
Shanley è stato appena nominato all’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale; “Il Dubbio” è, infatti, basato sull’omonimo testo teatrale vincitore del Premio Pulitzer scritto dallo stesso Shanley e portato in scena a Broadway (in Italia è stato adattato da Sergio Castellitto ed interpretato da Stefano Accorsi). A proposito del passaggio dal palcoscenico alla sala cinematografica e dell’ingaggio di attori del calibro della Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman, il regista ci racconta: “Sul set ho cercato di creare un feeling corale. Quando ingaggi un attore, in realtà, ingaggi delle persone, degli esseri umani e questo comporta che ciascuna di loro dia un contributo. Ingaggiare è la parola sbagliata perché si chiede ad una persona di utilizzare la sua esperienza di vita e metterla al servizio della storia che tu stai raccontando. Un contributo enorme ed incalcolabile, proprio perché è un contributo umano”.
Quando gli chiediamo se c’è qualcosa che rimpiange rispetto alla pièce originale, Shanley risponde: “Nulla. Bisogna rendersi conto che scrivere per il teatro oggi è condizionato molto dall’economia del teatro. Ti trovi a raccontare storie in maniera più essenziale. Non è sempre stato così: pensate ad esempio a 'Uomini e topi' o 'Un tram chiamato desiderio'. C’erano all’epoca 20 personaggi in scena e la trasposizione al cinema non era poi così eclatante. Oggi i personaggi sul palcoscenico sono diminuiti e diventa più difficile trasferire un'opera sul grande schermo. Il drammaturgo è come ipnotizzato, ma quando si risveglia si rende conto che c’è un modo molto naturale di raccontare la cosa. D'un tratto mi è sembrato impossibile non mostrare il ragazzino che è l’oggetto di scontro tra i due protagonisti, né tantomeno nascondere lo stile di vita dei preti o ciò che si trova al di là delle mura della scuola. Una volta che ti svegli e prendi coscienza dell’artificio del teatro, diventa molto più naturale raccontare la storia”. Inevitabile, infine, chiedergli se tornerà alla regia sul grande schermo… e lui finisce il suo tè e ci assicura: “Sì, dirigerò ancora per il cinema. Ne sono certo”.
Vi ricordiamo che “Il Dubbio” (Doubt) esce in tutti i cinema a partire da oggi, 30 gennaio, distribuito dalla Walt Disney Pictures.
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