Vi sono numerosi esempi, nella storia della “Settima Arte”, di pellicole che hanno lanciato i propri protagonisti, prima del tutto sconosciuti, nell’Olimpo del cinema mondiale. Per quanto riguarda la carriera di Geoffrey Rush, il film in questione è stato il bellissimo “Shine” (id.,1996) diretto da Scott Hicks ed ispirato alla storia vera del geniale pianista David Helfgott, chiuso per anni in manicomio a causa di forti problemi mentali. L’attore ha interpretato questo ruolo con estrema partecipazione e bravura, tanto da commuovere le platee di tutto il mondo ed aggiudicarsi sia il Golden Globe che in seguito il prestigioso premio Oscar, “strappato” addirittura ad una star del calibro di Tom Cruise. Grazie a questo inaspettato ma meritato successo, Rush si è trasferito sotto le dorate palme di Hollywood, dove ha iniziato ad interpretare ruoli da caratterista, decisamente congeniali al suo temperamento di attore ed alle sue doti istrioniche. A suo agio particolarmente nei lungometraggi in cui si trova a lavorare in costume, è stato il malvagio Javert ne “I Miserabili” (Les Miserables,1998) del regista svedese Bille August, oppure sir Francis Walshingam in “Elizabeth” (id.,1998), il colossal di origine inglese diretto da Shekan Kapur. Sempre nello steso anno è arrivata la seconda candidatura all’Oscar, questa volta come miglior attore non protagonista, per il ruolo di Philip Henslowe, l’impresario di teatro nella commedia “Shakespeare In Love” (id.,1998) di John Madden, pluri-premiato (e forse sopravvalutato) lungometraggio in cui recita accanto a “grossi calibri” come Gwyneth Paltrow, Ben Affleck e Judi Dench. In questo ruolo scanzonato e divertentissimo Rush, a nostro avviso, ha dato la miglior prova delle sue potenzialità comiche, soprattutto nei vorticosi duetti con il protagonista Joseph Fiennes, che al suo confronto impallidisce visibilmente. Dopo questo successo annunciato – più di cento milioni di dollari incassati nel solo mercato americano- , l’attore di origine australiana si è concesso due “divagazioni” stravaganti, comparendo nello scalcinato e bizzarro film di super-eroi “Mistery Men” (in cui recita la parte di un invincibile cattivo che si fa chiamare...Casanova Frankenstein!) (id.,2000) e nell’horror “Il Mistero della casa Sulla Collina” (The House on haunted hill,1999), remake di un classico degli anni ’60. Recentemente invece Geoffrey Rush ci ha regalato un’altra grandiosa prova d’attore nel controverso ma affascinante “Quills - La Penna dello Scandalo” (Quills,2000), opera di uno dei registi americani più intelligenti ed originali, il Philip Kaufman di “L’Insostenibile leggerezza dell’Essere (The unberable lightness of being,1988); in quest’opera Rush recita la parte di un vizioso ma irresistibile Marchese De Sade; le scene in cui corteggia Kate Winslet, ed i magnifici battibecchi con il prete Joaquin Phoenix, sono davvero esempi calzanti di grande recitazione. Con questo ruolo è arrivata puntuale la terza candidatura all’oscar, nell’anno in cui ha trionfato l’altro australiano Russell Crowe per “Il Gladiatore” (Gladiator,2000). In questi giorni Rush è invece sui nostri schermi con l’ultima fatica del geniale regista britannico John Boorman, per cui ha interpretato il ruolo di Harry Pendel in “Il Sarto di Panama” (The Tailor of Panama,2001). L’originale spy-story, tratta dall’omonimo romanzo di John Le Carré, ha permesso all’attore di duettare questa volta con niente meno che l’attuale James Bond Pierce Brosnan, fornendo una prova piuttosto convincente e misurata, anche in una parte per lui non certo congeniale. Queste finora dunque le principali interpretazioni del polivalente attore: una filmografia non certo piena di grandi successi commerciali o di fastosi “blockbusters”, ma sempre volta alla ricerca di ruoli sempre impegnativi, mai scontati, in cui poter esprimere liberamente (ed in maniera eterogenea) il suo indubbio talento. Nel suo futuro, pieno di impegni cinematografici, dovrebbe anche avere una parte importante nella cine-biografia di Frida Kahlo.