Lungometraggio ben confezionato e sinceramente deciso a lanciare uno sguardo accusatorio nei confronti di una pratica antidemocratica come appunto quella della rendition.
Lungometraggio ben confezionato e sinceramente deciso a lanciare uno sguardo accusatorio nei confronti di una pratica antidemocratica come appunto quella della “rendition”.
Rendition
Lungometraggio ben confezionato e sinceramente deciso a lanciare uno sguardo accusatorio nei confronti di una pratica antidemocratica come appunto quella della “rendition”.
Dobbiamo ammettere che, rispetto alla tremenda accoglienza della critica americana ed agli incassi disastrosi ottenuti sempre negli Stati Uniti, da questo primo film hollywoodiano di Gavin Hood, regista premio Oscar per “Il suo nome è Tsotsi” (Tsotsi, 2005), ci aspettavamo decisamente di meno. Non che si tratti di un capolavoro, per carità, ma almeno abbiamo visto un lungometraggio ben confezionato e sinceramente deciso a lanciare uno sguardo accusatorio nei confronti di una pratica antidemocratica come appunto quella della “rendition”. Se la storia che lega i vari personaggi messi in scena si lascia seguire con interesse, e la regia di Hood è assolutamente professionale - supportata da un direttore della fotografia affidabile come Dion Beebe – a non convincere prima di tutto sono purtroppo i due attori protagonisti: Reese Whiterspoon dimostra di non avere un timbro attoriale così elaborato da permetterle di interpretare qualsiasi ruolo, e lo stesso forse possiamo dire ahinoi anche per un Jake Gyllenhaal notevolmente al di sotto delle sue capacità. Almeno ci si riesce a godere la solita professionalità di Meryl Streep – al suo secondo ruolo “ambiguo” dopo la perfida madre de “The Manchurian Candidate” (id., 2004) – e caratteristi affidabili come Peter Sarsgaard, Alan Arkin e J.K.Simmons.
Un altro fattore che contribuisce in maniera soltanto relativa alla riuscita di “Rendition” è il colpo di scena finale, di certo divertente nello svolgimento ma tutto sommato non particolarmente legato allo sviluppo della trama, quindi tutto sommato ininfluente.
Anche se non particolarmente originale, ed in qualche momento squilibrato nel racconto, “Rendition” è senza dubbio un lungometraggio che vale la pena vedere, se non altro perché ha il coraggio di affrontare senza paura la questione decisamente scottante dei metodi di interrogatorio perpetrati da organi ufficiali nei confronti di molti, troppi sospetti.
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