Il concorso di questa edizione di Venezia viene certamente impreziosito dalla presenza del lungometraggio di Aronofsky, "The Wrestler".
Il concorso di questa edizione di Venezia viene certamente impreziosito dalla presenza del lungometraggio di Aronofsky, "The Wrestler".
L'America disillusa di Aronofsky
Il concorso di questa edizione di Venezia viene certamente impreziosito dalla presenza del lungometraggio di Aronofsky, "The Wrestler".
In “The Wrestler” (id., 2008), il film di Aronofsky presentato oggi in concorso, questo personaggio si trasferisce invece sul ring, luogo ultimo in cui la tipologia del “self-made man” diventa metafora esplicita di una cultura che, tesa a spettacolarizzare qualsiasi cosa, lo ha ridotto a tragica mistificazone dei valori che furono un tempo. Il personaggio di Randy “The Ram” (l’ariete) Robinson rappresenta questa perdita di valori in maniera pressoché perfetta, impersonato con l’anima e soprattutto con il corpo martoriato da un Mickey Rourke commovente, che merita senza alcun dubbio la Coppa Volpi per l’interpretazione maschile.
Seguendo l’evoluzione morale di un uomo che si è perso e che tenta di ritrovarsi uscendo dal mondo che lo ha “cullato” per troppo tempo, facendolo sentire un eroe vincitore di battaglie fittizie, Aronofsky compone una delle più intelligenti operazioni stilistiche viste in questi ulti tempi, abbandonando il suo stile cinematografico precedentemente virtuosistico in favore di una messa in scena sobria ed attaccata al suo personaggio, partecipe ed insieme discreta nel suo personale calvario.
“The Wrestler” è in tutto e per tutto un film sulla disillusione, sulla presa di distanza dal mito, ed allo stesso modo è un’opera che racconta come chi partecipa al rito collettivo di chi si ciba questo mito, è quasi sempre impossibilitato ad uscire dalle sue regole di spettacolo.
Doloroso, molto preciso nel tratteggiare non solo Randy, ma anche la sua amata spogliarellista Cassidy (una Marisa Tomei sempre più intensa ed avvenente), e sua figlia Stephanie (brava Evan Rachel Wood), questo lungometraggio si rivela una parabola che si muove sui binari conosciuti del cinema classico, o meglio su un tipo di dispositivi narratologici che il pubblico conosce benissimo. Aronofsky però sa tenere con precisione il ritmo della vicenda, la scansiona secondo l’evoluzione emotiva della figura di Rourke, e realizza un puzzle dove ogni tassello va al suo posto al momento giusto.
In più di una sequenza “The Wrestler” è una pellicola molto commovente, che arriva la cuore dello spettatore grazie alla prova maiuscola di un attore qui evidentemente alle prese con il ruolo della sua vita. L’intelligenza del cineasta è stata quella di calibrargli addosso una storia dolorosa e pessimista, dove il riscatto può avvenire soltanto nella presa di coscienza della propria natura, qualunque essa sia.
Il concorso di questa edizione di Venezia viene certamente impreziosito dalla presenza del lungometraggio Aronofsky, che sarebbe un suicidio tenere fuori dal palmares dei premiati.
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