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Il secondo film tratto da un romanzo dello scrittore cult Chuck Palahniuk è un’opera tanto anticonvenzionale per la storia, quanto normale per svolgimento.

Soffocare - La nostra recensione

Il secondo film tratto da un romanzo dello scrittore cult Chuck Palahniuk è un’opera tanto anticonvenzionale per la storia, quanto normale per svolgimento.

“Niente è perfetto come tu lo puoi immaginare” così scriveva Chuck Palahniuk in “Soffocare” libro da cui è tratto l’esordio da regista del finora sceneggiatore e attore Clark Gregg. E di certo tutti gli appassionati lettori dello scrittore di Portland emerso all’attenzione mondiale con la trasposizione su grande schermo del suo romanzo “Fight club” si aspettavano qualcosa di diverso con “Soffocare”.
Non un’altra storia, un altro protagonista ect ect, non parliamo di questo, ma di una rielaborazione più profonda dell’opera di Palahniuk, un film capace di prendere il senso del racconto e riprodurlo in immagini. Cosa che non è, purtroppo.

Gregg infatti si limita a raccontare la storia, comunque originale, del suo protagonista, senza però ragionare sul senso stesso del racconto. Ciò che nel libro sono una serie di pretesti per parlare dell’esigenza, per ognuno, di mettere da parte le sovrastrutture imposte dalla società e ripartire dalle basi dell’umanità (e quindi tanto la terra e le pietre quanto l’amore e il sesso), vengono qui affrontati senza convinzione, semplici pretesti per mandare avanti la narrazione.

Anche “Fight club” presentava, ma da un altro punto di vista e con un altro linguaggio, gli stessi temi e Fincher era riuscito a farne una personale rielaborazione. Se in Fight club avevamo la fabbrica di saponette, qui si aveva un altrettanto anticonvenzionale luna park del ambientato nel settecento, se lì c’erano due protagonisti che si scoprivano una persona sola, qui abbiamo una coppia di amici borderline che si completano a vicenda (ma nel libro si intuisce solamente, non è un dato di fatto). La tanta carne al fuoco, come l’importante infanzia di Victor Mancini e il suo straordinario e ambiguo rapporto con la madre, viene relegata in dettagli, in flashback simpatici, ma privi di drammaticità. E non si può fare un grande film se non si capisce bene di cosa si vuole parlare…
Bravo come sempre Sam Rockwell, attore più che mai legato (che sia colpa o virtù) a personaggi mai troppo belli, ma comunque anticonvenzionali e quindi affascinanti.

La sensazione finale risulta essere la stessa provata quando uscì la versione cinematografica di “Guida galattica per autostoppisti”, romanzo cult di Douglas Adams: si percepisce che ci sono tante idee narrative mai viste prima e si intravede uno stile scanzonato alla radice, eco di una voce fuori dal coro, ma le mani del regista che ha preso in mano il tutto sono troppo fragili per modellare il materiale e farne qualcosa che non sia un semplice derivato.


Per saperne di più:
Chuck Palahniuk e il cinema
Sei una perfetta caricatura di te stesso



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