Storia piccola, minimalista come nel miglior cinema di un autore sempre più grande, “Gran Torino” si presenta come un lungometraggio dalla complessità e dalla fattura ammirevoli.
Gran Torino - La nostra recensione
Storia piccola, minimalista come nel miglior cinema di un autore sempre più grande, “Gran Torino” si presenta come un lungometraggio dalla complessità e dalla fattura ammirevoli.
Se nel precedente, doloroso “Changeling” (id., 2008) ne ha ridiscusso il passato attraverso una storia che dipingeva con verità le contraddizioni sociali e civili degli anni ’20, con questo suo nuovo e sorprendente “Gran Torino” racconta una vicenda contemporanea di razzismo e degrado urbano.
Nel fare questo, Eastwood fa i conti anche e soprattutto con il proprio mito, quello di “giustiziere” dai saldi principi e pronto a difenderli con la forza: da Callaghan a William Munny (il protagonista de "Gli spietati"), molti dei personaggi di Eastwood vengono in qualche modo inseriti nella psicologia e nelle azioni di questo vecchio, irrancidito Walt Kowalski, anziano rimasto solo sia in casa che nel proprio quartiere, ormai invaso di immigrati orientali, che lui detesta dai tempi della Guerra in Corea.
Se ci sono grandi autori americani che con l’avvicinarsi della terza età dimostrano di aver definitivamente perso la propria vena creativa – vedi il caso di Woody Allen – altri come Eastwood dimostrano invece una lucidità ineccepibile ed una sana voglia di fare i conti col proprio passato. In più l’autore di capolavori assoluti come “Gli spietati” (Unforgiven, 1992) e “Mystic River” (id., 2003) tenta anche soluzioni narrative decisamente spiazzanti, come nel caso di questo suo film, opera che fin dalle primissime scene propone un registro che francamente non ci saremmo aspettati, e che impreziosisce la pellicola regalandogli un’ambiguità provocatoria di indubbia efficacia.
Storia piccola, minimalista come nel miglior cinema di un autore sempre più grande, “Gran Torino” si presenta come un lungometraggio dalla complessità e dalla fattura ammirevoli, che vuole sinceramente far discutere per il suo contenuto ed allo stesso tempo riesce ad far entrare lo spettatore dentro il cuore pulsante di un film durissimo, assolutamente non conciliatorio, dagli esiti non scontati, mai banali.
Alla veneranda età di 78 anni Clint Eastwood si concede il lusso, prezioso anche per noi, di indagare e ridiscutere il proprio Paese: nel fare questo mette in discussione per primo se stesso, la sua icona cinematografica e gli ideali che essa rappresenta ancora per molta parte del pubblico. Il cineasta lo fa con un’ironia ed una lucidità inusitate, e realizza un’opera apparentemente più libera, ma in realtà problematica ed “aperta”, che mette in condizione lo spettatore di riflettere su quanto sta vedendo, e lo costringe a prendere una posizione su argomenti di importanza fondamentale.
“Gran Torino” a sorpresa si è rivelato il più grosso successo commerciale di Eastwood in America, arrivando a sorpassare i 140 milioni di dollari in patria: si tratta di un dato per noi assolutamente importante, perché è bene che opere così sincere e volte ad indagare lo stato attuale dell’America vengano recepite dagli spettatori. Da vedere, ammirare e rifletterci poi sopra. Immenso Eastwood!
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