Sette anni dopo il melodramma civile Hijos-Figli, il regista Marco Bechis torna in concorso al festival di Venezia per presentare il suo nuovo BirdWatchers - La terra degli uomini rossi.
Sette anni dopo il melodramma civile “Hijos-Figli”, il regista Marco Bechis torna in concorso al festival di Venezia per presentare il suo nuovo “BirdWatchers - La terra degli uomini rossi”.
Gli Indios di Marco Bechis
Sette anni dopo il melodramma civile “Hijos-Figli”, il regista Marco Bechis torna in concorso al festival di Venezia per presentare il suo nuovo “BirdWatchers - La terra degli uomini rossi”.
Pur continuando a parteggiare per il cinema di indagine civile e sociale che Marco Bechis sta portando avanti da anni, dobbiamo però purtroppo testimoniare, almeno per quanto riguarda questa sua ultima lavorazione, anche l’incapacità a costruire un’opera equilibrata nello sviluppo narrativo, che si perde dietro al rappresentazione semi-documentaristica di una micro-società in difficoltà e dimentica totalmente che un film è fatto di narrazione drammatica (anzi, drammaturgia), la quale è la spina dorsale che regge l’impianto estetico che si è scelto di dare al proprio lavoro.
“BirdWatchers” inizia senza una storia ben precisa, si trascina per quasi due terzi della sua durata dietro la ricerca di verità dell’immagine, discorso stilistico che si tramuta in una serie di scene che magari da sole potrebbero anche creare un qualche effetto poetico – Bechis interviene spesso a sottolineare le immagini con una musica tanto penetrante quanto poco funzionale – ma alla fine sfiniscono gli spettatori in quanto completamente slegate ed incapaci di costruire un filo narrativo.
Meglio l’ultima mezz’ora del lungometraggio, quando il conflitto tra i nativi ed i fazenderos si esplicita in una vera a propria tensione, che spinge entrambe le parti in lotta all’azione. Allora il film di Bechis inizia a seguire una linea precisa, si muove su una sceneggiatura finalmente presente, ed arriva almeno ad un punto che può essere analizzato come una sorta di “finale aperto”.
La coerenza della messa in scena in questa pellicola è indiscutibile, e se le capacità del cineasta di inquadrare una situazione ed un etnia in modo così diretto fosse stata inserita in un testo più strutturato, “La terra degli uomini rossi” sarebbe risultato un lavoro decisamente riuscito. In questo modo invece ci si perde immediatamente dietro al pesantezza di un’opera che decolla troppo tardi, ostinata nel voler ricostruire l’atmosfera di un modo di vivere ai margini invece di “raccontare” una storia che potesse sorreggere questo discorso.
Il calore con cui il film è stato accolto durante la proiezione stampa lascia intendere che “BirdWatchers” potrebbe essere tra i favoriti per qualche premio finale. Noi non ci sentiamo di condividere l’entusiasmo per un’opera a tratti affascinante ma troppo squilibrata per interessare fino in fondo.
- CHIARA CASELLI |
- MARCO BECHIS |
- CLAUDIO SANTAMARIA |
- FESTIVAL DI VENEZIA |
- BIRDWATCHERS - LA GUERRA DEGLI UOMINI ROSSI
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