Brioso e spigliato, “2 Giorni a Parigi” merita senz’altro la visione, in quanto esponente divertente e soprattutto divertito di uno scarto culturale mentale che divide ancora il Vecchio Continente con gli Stati Uniti.
L'eterna guerra tra i sessi
Brioso e spigliato, “2 Giorni a Parigi” merita senz’altro la visione, in quanto esponente divertente e soprattutto divertito di uno scarto culturale mentale che divide ancora il Vecchio Continente con gli Stati Uniti.
Seconda opera da regista dell’attrice francese Julie Delpy, già “musa” di importanti registi come Kieslowsk, Avary e Linklater, “2 Giorni a Parigi”, si presenta come una commedia piuttosto riuscita, non esente da qualche ridondanza e da alcune ingenuità di fondo, ma tutto sommato molto più divertente di quanto ci saremmo aspettati. Il rischio era infatti quello di trovarsi di fronte ad una pellicola dialogata fino all’impossibile, dove il ritmo narrativo e l’evoluzione della storia si trovassero impantanati in una serie di parole senza fine – vedi i film che la Delpy ha girato proprio con Richard Linklater.
Seppur basato quasi interamente sugli sproloqui e sui duetti dei due protagonisti molto affiatati, il lungometraggio però procede secondo uno schema drammaturgico ben preciso, che salda tra loro una serie di scene che soprattutto nella prima parte sono a tratti spassose: il giocare con gli stilemi preordinati dell’americano democratico ma tutto sommato vagamente bigotto che si confronta con la cultura “libera” ed aperta dei francesi regala allo spettatore momenti di vero divertimento, anche se l’insistenza su tali cliché alla lunga diventa ripetitiva. A sostenere però la pellicola c’è un Julie Delpy moto controllata ma soprattutto uno scatenato Adam Goldberg, attore che dopo i teen-movies giovanili dimostra di essere assolutamente maturato e meriterebbe opportunità anche più consistenti di questa.
Brioso e spigliato, girato in apparente totale libertà, “2 Giorni a Parigi” merita senz’altro la visione, in quanto esponente divertente e soprattutto divertito di uno scarto culturale mentale che divide ancora il Vecchio Continente con gli Stati Uniti. Certo, la Delpy gioca le sue carte appoggiandosi interamente su questo disequilibrio, ed un po’ più di lavoro sulle sfaccettature dei personaggi non avrebbe di certo guastato, in particolar modo alla fine del film.
Rimane però la qualità e la finezza di molti dialoghi taglienti e la magnifica prova d’attore di Goldberg, che non sono decisamente poca cosa.
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Julie Delpy


mercoledì 26 settembre 2007
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