PATHFINDER
La lotta tra le frecce indiane ed il metallo delle spade vichinghe è impari, ma 'Fantasma' riuscirà ad opporsi all'invasione barbarica, diventando ben presto una leggenda
Seicento anni prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo le navi vichinghe erano arrivate sulle coste dell’America del Nord con il solo intento di depredare e saccheggiare le popolazioni che vi vivevano. Rimasto solo dopo il naufragio della sua nave, un bambino di queste genti viene allevato dagli indiani che lo accolgono nella loro tribù. Diventato adulto, e preso il nome di “Fantasma” (Karl Urban), egli stesso si troverà costretto a difendere proprio il suo popolo d’adozione dalla nuova ondata di sanguinosi vichinghi. La lotta tra le frecce indiane ed il metallo delle spade vichinghe è impari, ma grazie al coraggio ed alla determinazione Fantasma riuscirà ad opporsi all’invasione barbarica, diventando ben presto una leggenda.
Come lessi quasi vent’anni fa in una recensione su “Ciak” di non mi ricordo quale giornalista: viene voglia di difenderlo tanto è brutto! Eppure, vi garantiamo che questo “Pathfinder” è talmente pessimo ce neppure si arriva alla propensione di parteggiare per lui. Ma coma fa una produzione hollywoodiana a decidere di investire 45 milioni di dollari su una sceneggiatura del genere? Il problema poi è che si capisce fin dalle prime inquadrature che in realtà nessuno ha veramente creduto in questa pellicola: la regia di Marcus Nispel – che ci aveva regalato invece il notevole remake di “Non aprite quella porta” (The Texas Chainsaw Massacre, 2003) – è approssimativa a voler essere generosi, in quanto non ha la minima originalità e non possiede alcuna inventiva a livello strettamente visivo; la recitazione del protagonista Karl Urban e dei comprimari è un’esposizione universale di face piatte. La stessa produzione denota una povertà di setting e di investimento in costumi e scenografie che lascia sbalorditi: sembra che abbiano girato tutte le scene d’azione nello stesso luogo!
Insomma, un disastro sotto tutta la linea, che oltretutto conferma la propria superficialità in una totale mancanza di attenzione verso i dettagli, che a sua volta genera delle incongruenze lampanti: indiani, vichinghi, tutti insomma si comportano come se fossero rapper o gangster dei nostri giorni, aumentando il vago senso di imbarazzo che si prova vedendo questa pellicola. Una volta tanto, il box-office americano è stato buon profeta e non ha premiato questo filmaccio, lasciandogli incassare soltanto dieci milioni di dollari. Un segnale chiaro che per fare cinema ci vuole almeno un requisito: la professionalità.
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