Lo scanzonato “Svalvolati on the Road” (Wild Hogs, 2007) è soltanto l’ultimo esempio di tutto un filone di cinema americano che ha fatto del viaggio un momento fondamentale della conoscenza e della crescita interiore dei propri personaggi, soprattutto quando essi alla fine degli anni ’60 si sono trasformati in antieroi. Parlare di viaggio significa nella maggior parte dei casi evidenziare un percorso che da oggettivo si trasforma in soggettivo, in cui l’arrivo diventa simbolo e metafora di una nuova condizione raggiunta. Per quanto riguarda il filone “on the road” su sue ruote, l’archetipo cinematografico non può non essere l’ormai mitico “Easy Rider” (id., 1969) di Dennis Hopper, pellicola che è diventata il maggior esponente del cinema indipendente americano di quel periodo, bandiera inarrivata di una contorcultura che si opponeva alla retorica ed all’immobilismo dei Studios hollywoodiani.
In questi ultimi anni molti sono stati i lungometraggi “on the road” che si sono guadagnati il plauso della critica e molto spesso anche del pubblico: pensiamo ad esempio al viaggio in Buick che intraprendono i due fratelli Babbitt nell’emozionante “Rain Man” (id., 1988) di Barry Levinson; Tom Cruise e Dustin Hoffman fanno del loro viaggio il momento principale per la costruzione del loro rapporto fraterno, che porterà entrambi alla conoscenza reciproca.Un altro piccolo gioiello dimenticato di quel periodo è “Fandango” (id., 1985), esordio di Kevin Reynolds che raccontava la “fuga” di quattro giovani, capitanati da Kevin Costner, per evitare la chiamata di leva verso il Vietnam: un piccolo capolavoro di atmosfera, in cui la nostalgia per la perdita dell’innocenza si trasformava in accettazione della propria natura.
C’è anche chi ha utilizzato la formula esterna del filone “on the road” per proporre degli stilemi e degli argomenti comunque assolutamente personali ed originali: un capolavoro sanguigno e visionario è senza dubbio “Cuore selvaggio” (Wild at Heart, 1990) di David Lynch, vero e proprio viaggio all’inferno della coppia di innamorati Sailor (Nicolas Cage) e Lula (Laura Dern); il genio del regista sta nell’aver realizzato un percorso a tappe dal simbolismo densissimo, a cui si accompagna una messa in scena che soprattutto a livello cromatico regala momenti di cinema davvero impressionante. Lo stesso avverrà con il più oscuro ma ugualmente affascinante “Strade perdute” (Lost Highway, 1997), mentre una variante più lineare e straordinariamente poetica avverrà con “Una storia vera” (The Straight Story, 1999), in cui il vecchio protagonista decide di attraversare tre stati a bordo di un trattore per rivedere il fratello dopo molti anni di incomprensioni.
Questi sono soltanto alcuni esempi di splendidi road movie che il cinema americano ci ha regalato negli ultimi anni, film che hanno adoperato gli stilemi estetici e la forza visiva del viaggio per raccontare anche, anzi soprattutto, i percorsi che l’animo dei protagonisti ha intrapreso per raggiungere un suo equilibrio.


Tom Cruise




venerdì 20 aprile 2007
ore 12:11