MULHOLLAND DRIVE
C’è una cosa, a proposito di “Mulholland drive”, che è bene dire subito: si tratta probabilmente del miglior film di Lynch dai tempi di “Velluto blu”
Mulholland drive
MULHOLLAND DRIVE
Della trama è meglio raccontare solo l’incipit: Betty, una ingenua e entusiasta aspirante attrice, giunge a Los Angeles per un’audizione e si sistema nella casa che sua zia Ruth le ha lasciato a disposizione. All’interno però Betty vi trova una donna, Rita, che, dopo un incidente d’auto si è rifugiata proprio a casa di Ruth. Ora però Rita non ricorda più niente di se stessa, né l’aiutano le cose che le sono rimaste: una borsa piena di soldi e una misteriosa chiave blu. Betty promette di aiutare Rita dopo aver sostenuto il provino, il giorno successivo. Nel frattempo, in un’altra zona di Los Angeles, il regista Adam Keshner viene minacciato da due mafiosi, che gli impongono di scegliere, per il ruolo della protagonista nel suo prossimo film, una loro protetta…
“Mulholland drive” è nato come pilota tv per la Abc. Dopo aver realizzato, come pattuito, l’episodio di due ore, la Abc si è rifiutata di trasformarlo in una serie. Grazie all’intervento di Canal Plus, però, Lynch ha avuto la possibilità di girare nuove scene e di rimontare il tutto, trasformando l’inedito televisivo in un film per le sale.
Tra “Twin Peaks”, “Strade perdute” e lo stesso “Velluto blu”, “Mulholland drive” è un film che ‘prende’ lo spettatore fin dalla prima scena e non lo lascia più, portandolo attraverso una struttura che si fa progressivamente sempre più onirica.
Se infatti la prima parte ha l’aspetto di un noir, pur con la tipica cifra stilistica lynchiana, man mano unità di tempo e coerenza narrativa collassano, con un’accelerazione nell’ultima mezz’ora (quella che più si è giovata delle nuove riprese).
In effetti l’atteggiamento dello spettatore può essere di due tipi: cercare di ricostruire una trama coerente, andando alla ricerca di nessi logici che mettano insieme le diverse parti del film e risolvano le sue ellissi narrative, che pure è un gioco divertente e intrigante; oppure lasciarsi cullare dalle suggestioni, seguendo associazioni di tipo intuitivo ed emotivo, più che razionale. In entrambi i casi, come già per “Strade perdute”, visioni ripetute del film sono senz’altro indicate.
Anche perché “Mulholland drive” è un film ricchissimo, che forse in questo risente della sua origine di pilota tv: i temi, i personaggi, le situazioni, le letture possibili, le vie di fuga sono molteplici, sovrabbondanti, com’è giusto per il primo episodio di una serie e come, con i dovuti accorgimenti, può risultare affascinante per un film a sé stante.
Naturalmente “Mulholland drive” non può certo soddisfare lo spettatore che cerca film chiusi, che alla fine non lasciano nulla di irrisolto, che spiegano tutto: è esattamente l’opposto. E stupisce che alcuni abbiano criticato l’assenza di tensione, che è invece sempre presente, grazie anche alla straordinaria musica di Angelo Badalamenti, storico collaboratore di Lynch dai tempi di “Velluto blu” (qui anche attore in un piccolo e ironico ruolo). Con l’aiuto di un cast validissimo, dove spicca la brava Naomi Watts (una delle due protagoniste), Lynch realizza un film inquietante, fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni.
E, su tutto, il collante della grande capacità del regista di mettere in scena le sue paure e i suoi deliri, creando situazioni disturbanti anche senza avere niente in mano, dal nulla, magari solo con un movimento di macchina ondeggiante e onirico, oppure con la recitazione di un attore per un attimo sopra le righe, fuori contesto. Lynch, qui come non mai nelle vesti di demiurgo, pronto a mischiare ancora le carte stravolgendo nomi, situazioni e personaggi, ha finalmente ottenuto, per “Mulholland drive”, un riconoscimento prestigioso per il personalissimo stile della sua messa in scena: il premio per la miglior regia all’ultimo festival di Cannes (dove precedentemente aveva vinto la palma d’oro per “Cuore selvaggio”).
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martedì 19 marzo 2002
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